Arte e poesia, in chiave lacaniana, sono invenzioni sinthomatiche: modi singolari di annodare linguaggio, corpo e reale. Non esprimono un sé interiore, ma danno forma a un resto di jouissance, costruendo un dispositivo che sostiene il soggetto nel suo modo unico di esistere.
Clinica dei Legami Sociali è uno spazio di riflessione e condivisione nato dall’esperienza educativa e riabilitativa nei contesti socio-sanitari e da quella clinica nel setting libero-professionale. Il blog intreccia psicoanalisi, educazione e politica, con uno sguardo critico sul presente e sulle trasformazioni in atto. Al centro, il soggetto e i legami che lo costituiscono, tra vulnerabilità, desiderio e possibilità di nuovi inizi, nell'orientamento psicoanalitico lacaniano.
Arte e Poesia Sinthomatica
Gioia d'esser stati
Gioia, sì, d’esser stati —
un fruscio appena, nel friabile giorno,
nel punto dove la luce si sfrangia
e il passo inciampa nella sua eco.
Essere stati:
un filamento d’aria, un quasi-nulla,
il tremito che il vento porta
tra siepi, rovine, semi dispersi.
Ed eppure qui, qui ancora,
nella voce che si smargina,
nella sillaba che s’attarda a dire io,
c’è un mondo che vibra, si schiude,
si lascia respirare.
Gioia – minuta, sparpagliata –
dell’essere passati,
del restare in tracce non nostre,
in foglie che non ci ricordano
e tuttavia ci custodiscono.
Gioia, sì, d’esser stati,
nel quasi, nel fratto,
in questo pulviscolo di essere
che già si perde
e pur continua a cantare.
S. N. (2025)
Oh, piccola Alice
Oh, piccola Alice,
scivola tra prati piegati e nuvole di zucchero,
lascia che i colori danzino sotto i tuoi occhi,
e che ogni ombra ti sussurri segreti leggeri,
come un vento che piega il tempo senza fretta.
Segui il coniglio bianco che corre tra le visioni,
ascolta il ticchettio dell’orologio invisibile,
e danza tra porte che si allungano e si accorciano,
lasciando dietro di te scie di stupore e di vento.
Specchi e fiori ridono con te,
farfalle ti sfiorano i pensieri,
e ogni respiro diventa un passo dentro il meraviglioso,
un piccolo miracolo che il giorno regala.
Senti il filo sottile che ti guida,
lascia che ti porti oltre il visibile,
tra prati, nuvole, boschi e acque tremolanti,
dove ogni passo è un incontro con ciò che non si può nominare.
Cammina senza fretta, ascolta e guarda,
tra curiosità e stupore, tra inciampi e sorrisi,
fino al cuore di ciò che ancora non sai,
fino al centro leggero del fantastico,
dove il tempo si piega e l’incanto ti accoglie.
S.N. (2025)
Elegia dell’irrapresentabile
Mi tenta il vuoto, il bordo dove il senso
si slabbra come una tela in dissolvenza.
Lì il verbo si fa respiro,
e la materia – stanca di farsi nome –
si ritrae nel suo balbettio originario.
Non resta che un pulviscolo di immagini,
neve che non cade, luce che non sorge,
frase spezzata del cosmo
che tenta ancora una sintassi del nulla.
Ogni suono è un resto d’universo,
un errore del linguaggio
che sogna di farsi carne.
Eppure, in questa deriva del dire,
qualcosa insiste — un’eco,
un segno che non vuole morire del tutto.
Forse è l’anima delle parole,
quelle che non hanno mai trovato posto,
che bussano al silenzio
per chiedere asilo nel respiro.
E noi, resti d’una lingua spenta,
tentiamo ancora di nominare l’assenza,
di raccogliere in sillabe l’impronunciabile.
Così il mondo torna a tremare,
e nell’intervallo tra due segni
si accende un lampo, un lieve incanto:
il reale che si disfa,
e ci guarda, muto, da dentro la sua ferita.
S.N. (2025)
Bricolage
Ricompongo l’oggetto
come si ricompone un errore:
partendo dal bordo,
dove le cose cedono.
La colla è un pensiero viscoso,
lento a concludere.
Tiene insieme ciò che non vuole
stare insieme:
le superfici si oppongono,
protestano con un fruscio.
Ogni pezzo aggiunto è un referto,
un reperto di ciò che resta
quando la forma si ritira.
Il bricolage è una forma di resistenza:
impedire al mondo di disfarsi
un minuto prima del previsto.
E mentre il gesto si compie,
scopro che l’oggetto non torna,
ma io sì—
appena un po’ più incollato
al suo enigma.
S.N. (2025)
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