martedì 24 marzo 2026

🌒 Crescita personale. Una lettura psicoanalitica





Una via di soggettivazione, non di auto‑miglioramento

Nel panorama contemporaneo, la crescita personale è spesso associata a un immaginario di potenziamento: diventare più efficienti, più sicuri, più performanti. L’orientamento lacaniano introduce una frattura netta rispetto a questa logica. Non propone un percorso di ottimizzazione del sé, ma un lavoro di soggettivazione che passa attraverso la parola, il desiderio e il rapporto con l’Altro. La crescita, in questa prospettiva, non è un’ascesa lineare ma un processo di sottrazione, di dis-identificazione e di invenzione.


1. Il sé non è il soggetto

Lacan distingue radicalmente l’Io dal soggetto dell’inconscio. L’Io è un costrutto immaginario, una superficie di coerenza che ci permette di funzionare nel mondo ma che, allo stesso tempo, ci imprigiona in immagini idealizzate. La crescita personale, in un’ottica lacaniana, non consiste nel rafforzare questa immagine, bensì nel riconoscerne la natura fittizia.

Il soggetto, invece, emerge negli scarti: nei lapsus, nei sintomi, nelle esitazioni, nei desideri che non coincidono con ciò che pensiamo di volere. Crescere significa dare spazio a questa dimensione eccedente, lasciar parlare ciò che non si lascia catturare dall’immagine di sé.


2. Il desiderio come asse della trasformazione

Il desiderio, per Lacan, non è un bisogno da soddisfare né un obiettivo da raggiungere. È una mancanza strutturale che ci costituisce e che ci orienta. La crescita personale non mira a colmare questa mancanza, ma a sostenerla, a riconoscerla come motore della vita psichica.

Assumere il proprio desiderio significa smettere di delegare all’Altro — la famiglia, la cultura, le aspettative sociali — la definizione di ciò che ci riguarda. Non si tratta di “seguire i propri sogni”, formula spesso ingenua, ma di interrogare ciò che ci muove davvero, anche quando è scomodo o non conforme agli ideali dominanti.


3. Il rapporto con l’Altro: disincastrarsi dalle aspettative

Il soggetto nasce nel campo dell’Altro: il linguaggio, le norme, i discorsi che ci precedono. La crescita personale, in questa prospettiva, non può essere pensata come un processo solitario. È un lavoro di disincastro: riconoscere quali parole, quali ideali, quali fantasmi non ci appartengono e tuttavia ci governano.

Molte sofferenze derivano dal tentativo di rispondere a un Altro immaginato che chiede, giudica, pretende. La pratica analitica permette di ridimensionare questo Altro, di sottrargli il potere di definire il nostro valore. Crescere significa spostare la propria posizione rispetto a ciò che si crede di dover essere.


4. Il sintomo come risorsa

Nella logica lacaniana, il sintomo non è un errore da correggere ma una soluzione inventata dal soggetto per far fronte a un reale impossibile da simbolizzare. La crescita personale non consiste nell’eliminare il sintomo, ma nel trasformare il rapporto con esso.

Quando il sintomo viene ascoltato, può diventare un punto di invenzione, una modalità singolare di abitare il mondo. Non si tratta di guarire “da” qualcosa, ma di guarire “verso” una forma più autentica di esistenza.


5. L’atto come momento di nascita del soggetto

Lacan attribuisce grande importanza all’atto: un gesto che modifica la posizione del soggetto e che non deriva da un ideale, ma da una necessità interna. La crescita personale non è un progetto pianificabile, ma una serie di atti che segnano un prima e un dopo.

Non si cresce perché si decide di farlo, ma perché qualcosa non può più restare com’era. L’atto è un taglio, una presa di parola, un cambiamento di posizione che non si misura in termini di successo, ma di verità.


📚 Breve bibliografia essenziale

- Jacques Lacan, Écrits, Seuil.  

- Jacques Lacan, Seminario XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi.  

- Jacques-Alain Miller, Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio.  

- Colette Soler, Il soggetto e l’Altro, Astrolabio.  


mercoledì 18 marzo 2026

Tecnica e angoscia nel discorso contemporaneo


Nel lessico lacaniano, l’angoscia non è un’emozione tra le altre, né un semplice segnale di allarme. È, come Lacan ripete più volte, “l’affetto che non inganna”: ciò che emerge quando il soggetto si trova troppo vicino all’oggetto a, quando il velo simbolico non riesce più a schermare il reale. L’angoscia è dunque un indice di verità, un punto in cui il soggetto incontra la propria mancanza e la propria dipendenza dal desiderio dell’Altro.  

Se questo è il quadro, diventa interessante interrogare il modo in cui il discorso contemporaneo — che Lacan anticipa come discorso del capitalista — tratta l’angoscia. La tesi che propongo è che la tecnica, nel suo statuto attuale, funzioni come un operatore di negazione dell’angoscia, producendo oggetti che saturano la mancanza e impediscono al soggetto di fare esperienza dell’oggetto a come causa del desiderio.


1. La tecnica come dispositivo di saturazione della mancanza

La tecnica non è più, come nella modernità classica, un insieme di strumenti finalizzati a estendere le capacità umane. Nel contemporaneo essa diventa un ambiente, un regime di funzionamento del legame sociale.  

L’oggetto tecnico — dallo smartphone ai sistemi di automonitoraggio, dagli algoritmi predittivi alle piattaforme di intrattenimento — non si limita a rispondere a bisogni: li anticipa, li modella, li produce.  

In questo senso, la tecnica opera come un dispositivo di saturazione della mancanza:

- riduce l’esperienza dell’attesa;  

- accelera il circuito domanda–soddisfazione;  

- promette soluzioni immediate a ogni forma di incertezza;  

- trasforma il desiderio in consumo.


Laddove l’angoscia segnala un vuoto, la tecnica offre un oggetto. Laddove l’angoscia apre una domanda, la tecnica propone una risposta. Laddove l’angoscia mette in gioco la mancanza, la tecnica la colma.


2. Il discorso del capitalista e la produzione seriale dell’oggetto a

Lacan formula il discorso del capitalista come una variante del discorso del padrone in cui la castrazione viene bypassata. Il circuito del discorso si chiude su sé stesso, senza perdita.  

In questo assetto, l’oggetto a non è più ciò che causa il desiderio, ma ciò che viene prodotto in serie come plusgodere.  

L’oggetto tecnico contemporaneo è precisamente questo: un oggetto che promette un godimento immediato, senza mancanza, senza limite, senza resto.


La tecnica diventa così:

- feticcio, che copre la mancanza;  

- protesi dell’Io, che illude di poter controllare il reale;  

- schermo, che protegge dall’incontro con l’angoscia;  

- gadget, che offre un godimento sempre rinnovabile.

Il soggetto non è più convocato a interrogare il proprio desiderio, ma a consumare oggetti che lo sostituiscono.


3. L’angoscia come “bug” da eliminare

Nel discorso contemporaneo, l’angoscia non è più un affetto da ascoltare, ma un errore di sistema.  

La cultura della performance, dell’ottimizzazione e dell’automonitoraggio tende a trattare l’angoscia come un malfunzionamento da correggere:

- app per la gestione delle emozioni;  

- dispositivi di tracciamento del sonno, del battito, dell’umore;  

- algoritmi che anticipano desideri e scelte;  

- piattaforme che riempiono ogni vuoto con contenuti.


La tecnica funziona come un farmaco sociale: anestetizza l’angoscia, la dissolve in un flusso continuo di stimoli, dati, notifiche, possibilità.

Ma ciò che viene negato ritorna. E infatti l’angoscia contemporanea non scompare: si diffonde, si opacizza, si somatizza.  

Si manifesta come ansia generalizzata, panico senza oggetto, burnout, dipendenze comportamentali, collasso del soggetto sotto l’imperativo del godimento.


4. Il ritorno del reale

Lacan ci ricorda che il reale ritorna sempre.  

La tecnica può ritardare l’incontro con l’angoscia, ma non eliminarlo.  

Anzi, più la tecnica tenta di saturare la mancanza, più l’angoscia ritorna in forme meno simbolizzabili.

Il compito della clinica, allora, non è opporsi alla tecnica, né demonizzarla, ma riaprire lo spazio della mancanza, restituire all’angoscia la sua funzione di bussola del desiderio.  

Si tratta di sottrarre il soggetto alla logica della saturazione e di restituirlo alla possibilità di un incontro con ciò che lo causa.


5. Conclusione

L’oggetto della tecnica, nel discorso contemporaneo, funziona come un operatore di negazione dell’angoscia.  

Ma questa negazione non elimina l’angoscia: la sposta, la diffonde, la rende più opaca.  

La clinica lacaniana può offrire un contro-discorso: non quello della saturazione, ma quello dell’ascolto; non quello della soluzione, ma quello della domanda; non quello dell’oggetto, ma quello del desiderio.


Bibliografia essenziale

- Lacan, J. Seminario X. L’angoscia. Einaudi.  

- Lacan, J. Il rovescio della psicoanalisi. Seminario XVII. Einaudi.  

- Lacan, J. “Proposta del 9 ottobre 1967”.  

- Miller, J.-A. Il discorso del capitalista.  

- Simondon, G. Du mode d’existence des objets techniques. Aubier.  

- Stiegler, B. La technique et le temps. Galilée.  

- Han, B.-C. La società della stanchezza. Nottetempo.  

- Turkle, S. Alone Together. Basic Books.


domenica 1 marzo 2026

Sintomi senza causa organica: il corpo oltre l’organismo

 

Un sintomo corporeo privo di una causa organica identificabile mette in crisi l’idea che il corpo sia un semplice organismo regolato da leggi biologiche. Paralisi improvvise, afonie, anestesie, tremori, crisi non epilettiche o disturbi sensoriali che non trovano riscontro negli esami non sono errori diagnostici: sono eventi del corpo. Eventi che eccedono il sapere medico e che non si lasciano ricondurre a una lesione, a un parametro alterato, a un malfunzionamento. La psicoanalisi lacaniana offre una lettura che non riduce questi fenomeni né al piano psicologico né a quello organico, ma li colloca nel punto in cui il corpo incontra il reale del godimento.


Corpo e organismo: due piani distinti

Lacan distingue il corpo dall’organismo. L’organismo è l’insieme delle funzioni biologiche, misurabili e osservabili. Il corpo, invece, è ciò che il linguaggio taglia, nomina, ordina. È un corpo parlato, attraversato dal significante, e proprio per questo esposto a fenomeni che non si lasciano ridurre alla fisiologia. Quando il simbolico vacilla, quando il sapere dell’Altro non tiene, il reale del godimento può manifestarsi come un cedimento motorio, una voce che si spegne, una sensibilità che scompare. Non c’è una causa organica, ma c’è un limite del sapere. Il sintomo funzionale non è un linguaggio alternativo, ma un modo di trattare un eccesso che non trova parola.


La logica dell’isteria: una posizione soggettiva

In questo quadro, la logica dell’isteria diventa centrale. L’isteria non è un insieme di sintomi né una categoria clinica in senso medico. È una posizione soggettiva rispetto al desiderio e al sapere. Il soggetto isterico interroga l’Altro: “Che cosa vuoi da me?”. Lo mette alla prova, lo costringe a dire la verità sul suo desiderio, a rivelare la sua mancanza. Questa interrogazione non è astratta: passa spesso attraverso il corpo. Il sintomo isterico, nella lettura lacaniana, non è un messaggio da interpretare ma un modo di far emergere il punto in cui il sapere dell’Altro fallisce. La paralisi senza lesione, l’afonia improvvisa, la crisi funzionale diventano luoghi in cui il soggetto mostra che l’Altro non sa, che il sapere medico non è totale, che c’è un buco nel discorso.


Conversione: dalla metafora alla scrittura del godimento

Freud aveva descritto la conversione come trasformazione di un conflitto psichico in un sintomo corporeo. Lacan sposta l’accento: non c’è trasformazione, non c’è metafora. C’è una scrittura del godimento sul corpo. Il sintomo non rappresenta nulla: è un reale che insiste. È un modo di localizzare un godimento che non può essere simbolizzato. Per questo non tutti i sintomi funzionali sono isterici. Alcuni appartengono alla logica del psicosomatico, dove il fenomeno è muto, senza dialettica, senza domanda all’Altro. Altri rientrano nei fenomeni del corpo parlante, dove il significante incide direttamente sul corpo. La clinica lacaniana distingue queste logiche senza ridurle l’una all’altra.


Il corpo come luogo del reale

Ciò che accomuna questi fenomeni è che il corpo diventa il luogo in cui il soggetto incontra un reale che non può essere detto. Non è un linguaggio da tradurre, non è un codice da interpretare. È un limite. Un punto in cui il sapere si arresta e il corpo prende il sopravvento. Questa prospettiva permette di sottrarre i sintomi funzionali alla dicotomia psicologico/organico. Non sono “solo psicologici”, non sono “immaginari”, non sono “finti”. Sono reali nel senso più radicale: reali perché non simbolizzabili, reali perché eccedono il sapere, reali perché toccano il corpo là dove il linguaggio non arriva.


Bibliografia essenziale

- S. Freud, Studi sull’isteria.  

- S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale.  

- J. Lacan, Seminario X. L’angoscia.  

- J. Lacan, Seminario XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi.  

-J.-C. Maleval, Logica dell'isteria

Emmaus e la logica del riconoscimento mancato: una lettura lacaniana

Il racconto di Emmaus (Lc 24,13‑35) è una delle scene più potenti della tradizione cristiana: due discepoli camminano con il Risorto senza r...