Parlare di Campo freudiano oggi significa interrogare non solo un concetto teorico, ma un modo di intendere la psicoanalisi, la sua trasmissione e la sua presenza nel mondo contemporaneo. È un termine che Lacan introduce per nominare qualcosa che eccede la semplice appartenenza istituzionale: un luogo, un orientamento, un’etica. Allo stesso tempo, è un nome che ha dato forma a una costellazione di istituzioni, pratiche e discorsi che continuano a operare nel presente. Comprendere il Campo freudiano significa quindi situarsi rispetto a una tradizione, ma anche rispetto a un modo di lavorare nella clinica e nelle istituzioni.
Un campo, non una dottrina
Lacan sceglie la parola campo per evitare l’idea di una teoria chiusa o di una scuola di pensiero. Un campo è uno spazio di forze, di tensioni, di effetti. È un luogo in cui qualcosa accade. Il Campo freudiano è il luogo in cui l’invenzione freudiana — l’inconscio, il desiderio, il sintomo, il transfert — continua a produrre effetti, a condizionare il modo in cui si ascolta, si parla, si cura.
Non è un territorio delimitato da confini rigidi, ma un insieme di relazioni: tra analista e analizzante, tra soggetto e linguaggio, tra sapere e non-sapere. È il luogo in cui la psicoanalisi resta fedele a ciò che la fonda: non una teoria della mente, ma un’esperienza del reale.
Una posizione etica nella cura
Il Campo freudiano non è solo un concetto. È una posizione etica. Significa assumere che il soggetto non è riducibile a categorie diagnostiche, a protocolli, a modelli adattativi. Significa che la cura non è un processo di normalizzazione, ma un lavoro con ciò che nel soggetto insiste, eccede, resiste.
In un’epoca in cui la salute mentale è sempre più medicalizzata, standardizzata, misurata, il Campo freudiano rappresenta una forma di resistenza: non ideologica, ma clinica. È il rifiuto di ridurre il disagio a un malfunzionamento da correggere. È l’affermazione che ogni soggetto ha un modo singolare di stare nel mondo, e che la cura deve partire da lì.
Il discorso capitalista come sfida contemporanea
È proprio qui che il concetto lacaniano di discorso capitalista diventa decisivo. Lacan lo introduce nel 1972 per mostrare come il capitalismo contemporaneo produca un legame sociale che non riconosce la mancanza, non accetta il limite, non lascia spazio al desiderio. Nel discorso capitalista, l’oggetto — l’oggetto di consumo, di godimento, di prestazione — prende il posto del padrone e comanda il soggetto. Il risultato è un circuito senza fine: più consumo, più godimento, più prestazione, più insoddisfazione.
Il soggetto non soffre perché “non può”, ma perché “deve”: deve funzionare, deve migliorarsi, deve essere performante, deve essere felice. È una sofferenza senza colpa, senza domanda, senza parola. Una sofferenza che non trova più il luogo per articolarsi come sintomo.
In questo scenario, il Campo freudiano non è un rifugio nostalgico, ma un contro-discorso: un modo di reintrodurre il limite, la mancanza, il desiderio, il tempo. È un modo di restituire al soggetto la possibilità di non essere schiacciato dalla spinta al godimento che il discorso capitalista impone.
Una storia istituzionale complessa
Dopo la dissoluzione della Scuola Freudiana di Parigi nel 1980, il termine Campo freudiano diventa anche il nome di una rete istituzionale: l’Associazione del Campo Freudiano, l’École de la Cause freudienne, l’Associazione Mondiale di Psicoanalisi. È una costellazione che ha cercato di mantenere viva l’eredità lacaniana attraverso dispositivi specifici: i cartelli, la passe, la Scuola come luogo di lavoro e non come accademia.
Ma il Campo freudiano non coincide con l’intero universo lacaniano. Altre associazioni — come ALI o il Forum lacaniano — si muovono in un orizzonte teorico affine, ma non appartengono a questa rete. Questo pluralismo non è un problema: è il segno che la psicoanalisi non è una chiesa, ma un campo appunto, attraversato da differenze, tensioni, scelte.
Il Campo freudiano nei servizi pubblici
Per chi lavora nei servizi, il Campo freudiano non è un’appartenenza formale, ma un orientamento. È la bussola che permette di non perdere il soggetto quando l’istituzione chiede efficienza, protocolli, risultati. È ciò che consente di ascoltare il paziente non come un caso da trattare, ma come un soggetto che parla, che soffre, che inventa soluzioni.
In un contesto dominato dal discorso capitalista — che chiede rapidità, efficacia, misurabilità — il Campo freudiano permette di mantenere aperto uno spazio di parola non finalizzato alla prestazione. È un modo di lavorare che non si oppone all’istituzione, ma la attraversa, la piega, la reinventa.
Perché il Campo freudiano è ancora attuale
Oggi il Campo freudiano è vivo perché risponde a una domanda che la società contemporanea fatica a formulare: che cosa fare del reale? Della parte di noi che non si lascia normalizzare, ottimizzare, prevedere? La psicoanalisi non offre soluzioni, ma un luogo in cui il soggetto può incontrare ciò che lo abita. Il Campo freudiano è il nome di questo luogo.
-Jacques Lacan, Il Seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi.
- Jacques Lacan, Altri scritti, Einaudi.
-Jacques-Alain Miller, L’Uno-tutto-solo, Astrolabio.
-C. Soler, Politica della psicoanalisi , Praxis
-C. Melman, L'uomo senza gravità, Mondadori