giovedì 23 aprile 2026

I miti di Freud: una teoria dell’origine per la psicoanalisi


La teoria freudiana non si limita a descrivere fenomeni clinici: costruisce miti. Non nel senso di racconti fantastici, ma come finzioni teoriche necessarie per rappresentare ciò che non è direttamente osservabile: l’origine del desiderio, della legge, della colpa. Freud elabora tre grandi miti — Edipo, Orda primitiva, Mosè — che costituiscono la sua architettura dell’origine. Essi non spiegano il passato: modellizzano la struttura del presente psichico.


1. Edipo: il mito del desiderio e della legge

Il riferimento alla tragedia sofoclea non è un’illustrazione letteraria, ma una formalizzazione del conflitto strutturale tra desiderio e interdizione. L’Edipo è il dispositivo che permette a Freud di articolare:  

- l’ambivalenza verso le figure genitoriali,  

- la logica della castrazione,  

- la formazione del Super‑Io.

Freud non presenta l’Edipo come un evento storico dell’infanzia, ma come una scena logica che organizza sogni, sintomi e fantasie. Lacan, nel Seminario IV, lo definirà esplicitamente “il mito di Freud”, sottolineando che ogni teoria dell’origine è necessariamente mitica: una finzione regolativa che dà forma al reale del desiderio.


2. L’orda primitiva: il mito dell’origine della legge

In Totem e tabù (1913), Freud adotta l’ipotesi darwiniana dell’orda primitiva: un padre dominante monopolizza le donne e scaccia i figli; i figli si coalizzano, lo uccidono e lo mangiano; il rimorso genera il totem e il tabù dell’incesto.  

Le letture contemporanee mostrano che Freud utilizza questa scena come modello dell’origine della civiltà: la legge nasce come risposta al crimine originario, la colpa come suo ritorno, la religione come sostituzione simbolica del padre ucciso. L’analogia tra “vita mentale dei selvaggi e dei nevrotici” — sottotitolo dell’opera — indica che il mito non è antropologia empirica, ma una costruzione teorica che connette psicologia individuale e collettiva.

La funzione clinica è evidente: l’ambivalenza verso l’autorità, la ripetizione della colpa, la necessità del limite simbolico trovano qui la loro matrice. La funzione politica è altrettanto chiara: in Psicologia delle masse (1921), Freud assimila la massa all’orda originaria, mostrando come il capo funzioni come un “padre primordiale” che catalizza identificazioni e regressioni.


3. Mosè: il mito del rimosso collettivo

In L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1939), Freud formula un’altra scena mitica: Mosè sarebbe stato ucciso dal suo popolo; il monoteismo nascerebbe dal ritorno rimosso di questa colpa.  

Qui il mito serve a spiegare la forza compulsiva della religione: la fede non deriva da un contenuto razionale, ma dal ritorno di un trauma originario. La religione è il luogo in cui la colpa si trasmette attraverso i secoli, come un sintomo collettivo.  

Questo mito completa la triade: se l’Edipo modella il desiderio e l’orda la legge, Mosè modella la trasmissione del rimosso.


4. Perché Freud ha bisogno di miti

Freud ricorre al mito quando si trova davanti a un punto d’origine non osservabile. Il mito è lo strumento che permette di articolare:  

- origine del desiderio → Edipo;  

- origine della legge → Orda primitiva;  

- origine della credenza → Mosè.


Si tratta di tre risposte a tre domande impossibili: da dove viene il desiderio?, da dove viene la legge?, da dove viene la religione?.  

Lacan mostrerà che questi miti non sono un limite della teoria, ma la sua condizione: l’inconscio non è un dato empirico, ma una struttura che richiede una messa in scena concettuale.


5. Una triade coerente


| Mito | Testo | Funzione |

|------|--------|-----------|

| Edipo | Interpretazione dei sogni | Strutturare desiderio e interdizione |

| Orda primitiva | Totem e tabù | Origine della legge e della colpa |

| Mosè ucciso | L’uomo Mosè | Origine del monoteismo e del rimosso collettivo |

Questi miti non descrivono il passato: descrivono la logica del soggetto.


Bibliografia essenziale

- S. Freud, Totem e tabù (1913).  

- S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1939).  

- S. Freud, L’interpretazione dei sogni (1900).  

- J. Lacan, Seminario IV. La relazione d’oggetto.  

- P.-L. Assoun, Freud e il monoteismo.  


mercoledì 15 aprile 2026

Emmaus e la logica del riconoscimento mancato: una lettura lacaniana



Il racconto di Emmaus (Lc 24,13‑35) è una delle scene più potenti della tradizione cristiana: due discepoli camminano con il Risorto senza riconoscerlo, ascoltano la sua interpretazione delle Scritture e solo nel gesto dello spezzare il pane si apre un istante di verità, immediatamente seguito dalla scomparsa dell’Altro.  

Questa struttura — mancata riconoscenza, interpretazione, atto, sparizione — offre una matrice sorprendentemente attuale per leggere la soggettività nell’epoca in cui, come afferma Miller, “l’Altro non esiste”¹.

Emmaus non è solo un episodio teologico: è una scena del legame, un laboratorio simbolico in cui si mostra come il soggetto si rapporta a un Altro che parla, che accompagna, ma che non garantisce. È proprio questa mancanza di garanzia a rendere Emmaus una figura utile per la clinica lacaniana.


1. La mancata riconoscenza: l’Altro barrato in cammino

I discepoli camminano con un Altro che non riconoscono.  

Luca precisa: “i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo”.  

Non è un limite percettivo, ma una struttura del legame: il riconoscimento non precede l’atto, ma lo segue. Lacan, nel Seminario XI, definisce il riconoscimento come effetto retroattivo²: il soggetto si costituisce solo dopo l’evento che lo riguarda.

Emmaus mostra che:

- il soggetto è diviso ($)  

- l’Altro è mancante (A barrato)  

- il riconoscimento non è un dato, ma un effetto  

La scena è anti‑immaginaria: il volto dell’Altro non basta. Il soggetto cammina con un Altro che parla, ma che non si dà come figura piena. È una condizione che risuona profondamente con la contemporaneità, dove l’Altro — istituzionale, simbolico, comunitario — non offre più garanzie.


2. L’interpretazione: il sapere che non chiude

Il “forestiero” interpreta le Scritture lungo il cammino.  

È un momento decisivo: l’Altro non si rivela, interpreta.

Per Lacan, l’interpretazione non è spiegazione, ma taglio³.  

Emmaus mostra un’interpretazione che non produce riconoscimento, ma apre un vuoto: i discepoli sentono “ardere il cuore”, ma non vedono ancora.

Il sapere (S2) retroillumina il significante padrone (S1) senza saturarlo.  

È la logica del discorso analitico: l’interpretazione non dà identità, ma scava.

Nell’epoca delle piattaforme, questa dinamica è evidente: il sapere circola, eccita, mobilita, ma non stabilizza. L’interpretazione non produce riconoscimento, ma inquietudine.


3. Lo spezzare il pane: l’atto come punto di reale

Il riconoscimento avviene nel gesto dello spezzare il pane.  

Non nel discorso, non nella spiegazione, non nella camminata condivisa.

Lacan, nel Seminario XX, definisce l’atto come irruzione del reale⁴: qualcosa che non si deduce, non si anticipa, non si interpreta.  

Emmaus mostra un atto che produce un prima e un dopo: “si aprirono loro gli occhi”.


Il gesto è:

- non simbolico  

- non immaginario  

- reale  


È l’atto a produrre verità, non il sapere.  

Clinicamente, questo è decisivo: il soggetto non cambia perché capisce, ma perché fa.


4. La scomparsa dell’Altro: responsabilità senza garanzia

Subito dopo il riconoscimento, il Risorto “scomparve alla loro vista”.  

È il punto più lacaniano del racconto: l’Altro non resta, non si stabilizza, non si offre come garanzia.

Miller mostra come la contemporaneità sia segnata da questa evaporazione dell’Altro⁵: non c’è più un punto di riferimento stabile.  

Emmaus anticipa questa logica: l’Altro parla, interpreta, si mostra, e subito scompare.

La scomparsa non è un fallimento, ma la condizione della responsabilità soggettiva: i discepoli devono tornare a Gerusalemme senza l’Altro, sostenendo il vuoto che l’atto ha aperto.


5. Emmaus come figura del legame contemporaneo

Emmaus permette di leggere tre tratti della soggettività attuale:

- Camminare con un Altro non riconoscibile: come nelle piattaforme, l’Altro parla ma non garantisce.  

- Interpretazione senza identità: il sapere circola, ma non stabilizza.  

- Atto come unico punto di reale: solo l’atto produce un prima e un dopo.

Emmaus è una scena del legame senza garanzia: una topologia del riconoscimento mancato che risuona con la clinica contemporanea.


Note

1. J.-A. Miller, “L’Altro che non esiste e i suoi comitati etici”, La Psicoanalisi, 33, 2003.  

2. J. Lacan, Le Séminaire, Livre XI, Seuil, 1973.  

3. J. Lacan, Écrits, Seuil, 1966.  

4. J. Lacan, Le Séminaire, Livre XX, Seuil, 1975.  

5. J.-A. Miller, op. cit.


Bibliografia essenziale

Lacan, J., Écrits, Seuil, 1966.  

Lacan, J., Le Séminaire, Livre XI, Seuil, 1973.  

Lacan, J., Le Séminaire, Livre XX, Seuil, 1975.  

Miller, J.-A., “L’Altro che non esiste…”, La Psicoanalisi, 33, 2003.  

Laurent, É., La battaglia dell’autismo, Astrolabio, 2014.  

Soler, C., L’inconscio reinventato, Astrolabio, 2018.


L’istanza del soggetto nell’era dell’algoritmo. Tra alienazione clinica e regolazione sociale: la duplice natura del limite

  Il sintomo iper-moderno manifesta oggi una mutazione profonda. Se l'angoscia classica si strutturava attorno al vuoto e al non-sapere,...