Una via di soggettivazione, non di auto‑miglioramento
Nel panorama contemporaneo, la crescita personale è spesso associata a un immaginario di potenziamento: diventare più efficienti, più sicuri, più performanti. L’orientamento lacaniano introduce una frattura netta rispetto a questa logica. Non propone un percorso di ottimizzazione del sé, ma un lavoro di soggettivazione che passa attraverso la parola, il desiderio e il rapporto con l’Altro. La crescita, in questa prospettiva, non è un’ascesa lineare ma un processo di sottrazione, di dis-identificazione e di invenzione.
1. Il sé non è il soggetto
Lacan distingue radicalmente l’Io dal soggetto dell’inconscio. L’Io è un costrutto immaginario, una superficie di coerenza che ci permette di funzionare nel mondo ma che, allo stesso tempo, ci imprigiona in immagini idealizzate. La crescita personale, in un’ottica lacaniana, non consiste nel rafforzare questa immagine, bensì nel riconoscerne la natura fittizia.
Il soggetto, invece, emerge negli scarti: nei lapsus, nei sintomi, nelle esitazioni, nei desideri che non coincidono con ciò che pensiamo di volere. Crescere significa dare spazio a questa dimensione eccedente, lasciar parlare ciò che non si lascia catturare dall’immagine di sé.
2. Il desiderio come asse della trasformazione
Il desiderio, per Lacan, non è un bisogno da soddisfare né un obiettivo da raggiungere. È una mancanza strutturale che ci costituisce e che ci orienta. La crescita personale non mira a colmare questa mancanza, ma a sostenerla, a riconoscerla come motore della vita psichica.
Assumere il proprio desiderio significa smettere di delegare all’Altro — la famiglia, la cultura, le aspettative sociali — la definizione di ciò che ci riguarda. Non si tratta di “seguire i propri sogni”, formula spesso ingenua, ma di interrogare ciò che ci muove davvero, anche quando è scomodo o non conforme agli ideali dominanti.
3. Il rapporto con l’Altro: disincastrarsi dalle aspettative
Il soggetto nasce nel campo dell’Altro: il linguaggio, le norme, i discorsi che ci precedono. La crescita personale, in questa prospettiva, non può essere pensata come un processo solitario. È un lavoro di disincastro: riconoscere quali parole, quali ideali, quali fantasmi non ci appartengono e tuttavia ci governano.
Molte sofferenze derivano dal tentativo di rispondere a un Altro immaginato che chiede, giudica, pretende. La pratica analitica permette di ridimensionare questo Altro, di sottrargli il potere di definire il nostro valore. Crescere significa spostare la propria posizione rispetto a ciò che si crede di dover essere.
4. Il sintomo come risorsa
Nella logica lacaniana, il sintomo non è un errore da correggere ma una soluzione inventata dal soggetto per far fronte a un reale impossibile da simbolizzare. La crescita personale non consiste nell’eliminare il sintomo, ma nel trasformare il rapporto con esso.
Quando il sintomo viene ascoltato, può diventare un punto di invenzione, una modalità singolare di abitare il mondo. Non si tratta di guarire “da” qualcosa, ma di guarire “verso” una forma più autentica di esistenza.
5. L’atto come momento di nascita del soggetto
Lacan attribuisce grande importanza all’atto: un gesto che modifica la posizione del soggetto e che non deriva da un ideale, ma da una necessità interna. La crescita personale non è un progetto pianificabile, ma una serie di atti che segnano un prima e un dopo.
Non si cresce perché si decide di farlo, ma perché qualcosa non può più restare com’era. L’atto è un taglio, una presa di parola, un cambiamento di posizione che non si misura in termini di successo, ma di verità.
📚 Breve bibliografia essenziale
- Jacques Lacan, Écrits, Seuil.
- Jacques Lacan, Seminario XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi.
- Jacques-Alain Miller, Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio.
- Colette Soler, Il soggetto e l’Altro, Astrolabio.
Nessun commento:
Posta un commento