1. Un testo tardo, nato in un mondo senza garanzia
Qoelet è un libro che appartiene alla fase più tarda della letteratura biblica, probabilmente al III secolo a.C., in piena epoca ellenistica. La lingua – un ebraico tardo con numerosi aramaicismi – e il contesto culturale – segnato dall’incontro con la filosofia greca – indicano un mondo in cui il vecchio ordine simbolico non è più sufficiente a garantire il senso. L’autore vive in una Giudea in cui la tradizione non offre più un appoggio immediato, e in cui l’individuo si trova esposto a una solitudine strutturale.
È esattamente in questo vuoto tra due ordini simbolici che può emergere un testo come Qoelet: un testo che non ricostruisce un sistema, non offre consolazioni, non propone un nuovo significante padrone. Registra, piuttosto, la caduta della garanzia.
Come scrive Ravasi, Qoelet è “il libro più disincantato e moderno dell’Antico Testamento” (Ravasi, Qohelet, 2011). La sua modernità è precisamente l’effetto di un mondo in cui l’Altro non garantisce più.
2. Hevel come nome del reale
La formula d’apertura, hevel havalim, tradotta come “vanità delle vanità”, non è un giudizio morale. Hevel significa “soffio”, “vapore”, “ciò che sfugge”. È il nome antico di ciò che Lacan chiamerebbe il reale, l’impossibile della simbolizzazione.
Qoelet non dice che tutto è inutile; dice che tutto scivola, che nulla può essere fissato in un significante stabile. “Tutto è un soffio” (Qo 1,2): non perché sia privo di valore, ma perché non si lascia trattenere.
Lacan, nel Seminario VII, afferma che “il reale è ciò che sfugge a ogni presa simbolica” (Lacan, 1986). Qoelet sembra anticipare questa logica: il mondo non è privo di senso, è refrattario alla saturazione del senso.
3. Il soggetto barrato: la voce che parla
La figura di Qoelet non è quella di un maestro che insegna, ma di un soggetto che ha attraversato tutti i significanti padroni disponibili: sapere, potere, ricchezza, piacere, giustizia. “Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è un soffio” (Qo 1,14).
Non perché siano false, ma perché nessun S1 può colmare la mancanza strutturale. La voce di Qoelet è la voce di un soggetto barrato, che ha scoperto la propria divisione.
Lacan, nel Seminario XX, ricorda che “non c’è significante che possa dire il rapporto del soggetto con il reale” (Lacan, 1975). Qoelet è il primo soggetto biblico che parla da questa esperienza: non c’è sapere che salvi, non c’è opera che fondi, non c’è accumulo che garantisca.
4. “Sotto il sole”: il discorso del padrone
L’espressione ricorrente “sotto il sole” designa il campo del discorso del padrone, cioè il luogo in cui gli uomini cercano stabilità, riconoscimento, accumulo, identità. Qoelet mostra che questo discorso è destinato al fallimento non per ragioni morali, ma per ragioni strutturali: “Non c’è nulla di nuovo sotto il sole” (Qo 1,9).
Il mondo “sotto il sole” è il mondo in cui il padrone parla, ma il reale non risponde. La sproporzione tra il progetto umano e l’esito delle cose non è un incidente: è la struttura stessa dell’esperienza. Qoelet smonta la fantasia della padronanza, mostrando che il mondo non è organizzato per confermare il desiderio del soggetto.
5. Il godimento come resto
Il godimento occupa in Qoelet una posizione sorprendente. Non è demonizzato, ma neppure idealizzato. “Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare, bere e godere del suo lavoro” (Qo 2,24).
Il godimento non salva, non fonda, non garantisce. È un resto, un plus‑de‑jouir che non chiude il buco del senso. È possibile solo quando si rinuncia alla fantasia di un oggetto capace di colmare la mancanza.
In questo senso, l’etica di Qoelet è un’etica del godimento limitato, sobrio, non fantasmatico. Il godimento non è la risposta alla mancanza: è ciò che resta quando si accetta che la mancanza non ha risposta.
6. Il tempo come forza che non obbedisce
Il celebre passo “C’è un tempo per ogni cosa” (Qo 3,1) non è un inno all’armonia cosmica. È la constatazione che il tempo è una forza che non obbedisce al soggetto. Il tempo arriva, cambia, porta e toglie senza chiedere permesso.
È il nome di un Altro che non risponde. Il tempo è l’anti‑fantasma: impedisce al soggetto di credersi padrone del proprio destino. Qoelet non cerca di addomesticare il tempo: lo riconosce come ciò che impedisce la chiusura del senso.
7. La morte come limite reale
La morte, in Qoelet, non è scandalo né tragedia. È il limite reale che impedisce ogni totalizzazione. “La sorte dei figli dell’uomo e quella delle bestie è la stessa” (Qo 3,19).
Non è un castigo, ma il punto in cui il simbolico si arresta. La morte impedisce al soggetto di credere che il proprio discorso possa chiudere il mondo in un sistema coerente. È il reale che non si negozia.
8. Lutero e la tradizione: sospetto, ma canonicità piena
Lutero trovava Qoelet “oscuro” e “contraddittorio”, ma non lo ha mai escluso dal canone. Lo considerava un testo difficile, ma utile a mostrare la vanità delle pretese umane. Lo mantiene nel canone perché è presente nella Bibbia ebraica, che per lui è il riferimento dell’Antico Testamento.
Nel giudaismo, Qoelet è canonico ma “sorvegliato”: il Talmud discute la sua inclusione, ma lo accetta per la conclusione ortodossa (“Temi Dio e osserva i suoi comandamenti”, Qo 12,13). Cattolici e ortodossi lo riconoscono senza riserve. Tutte le Chiese protestanti lo accettano come parte dell’Antico Testamento.
👉 Qoelet è uno dei libri più universalmente riconosciuti della Bibbia.
9. Un’etica senza garanzia
La conclusione non è un ritorno alla tradizione, ma un gesto minimo: un modo di legare il soggetto al mondo senza pretendere che il mondo risponda. È un Nome‑del‑Padre funzionale, non metafisico. Non promette salvezza: propone un modo di stare nel mondo senza garanzia.
Bibliografia essenziale
- Barucq, A., Ecclésiaste, Cerf, 1968.
- Fox, M. V., A Time to Tear Down and a Time to Build Up: A Rereading of Ecclesiastes, Eerdmans, 1999.
- Lacan, J., Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi, Einaudi, 1986.
- Lacan, J., Il seminario. Libro XX. Ancora, Einaudi, 1975.
- Miller, J.-A., “Un effort de poésie”, in La Cause freudienne, n. 79, 2011.
- Ravasi, G., Qohelet. Il libro più originale e scandaloso dell’Antico Testamento, San Paolo, 2011.
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