1. Introduzione
Il XXI secolo è segnato da un paradosso: mentre la globalizzazione ha intensificato interdipendenze economiche, tecnologiche e culturali, nello stesso tempo assistiamo a una crescente produzione di nemici. Guerre, terrorismo, migrazioni, crisi ambientali ed economiche alimentano processi di de-umanizzazione dell’altro, in cui il diverso viene ridotto a minaccia o a vita sacrificabile. Comprendere questo fenomeno significa intrecciare lo sguardo della psicoanalisi lacaniana, che mette in luce le radici soggettive dell’odio, e quello della teoria critica, che mostra come il potere politico ed economico abbia bisogno di inventare continuamente nemici per consolidarsi.
2. La radice psicoanalitica: l’altro come specchio
Per Lacan, il soggetto si costituisce nello stadio dello specchio, dove l’immagine dell’altro è insieme fonte di riconoscimento e di rivalità. L’ostilità verso il nemico non è quindi accidentale, ma strutturale: deriva dalla difficoltà di sostenere la mancanza che abita il soggetto stesso. De-umanizzare significa proiettare sull’altro ciò che non si vuole ammettere di sé: aggressività, fragilità, eccesso di godimento.
Come sottolinea Žižek, il nemico è spesso rappresentato come colui che “gode in modo diverso”: il migrante che vive di assistenza, il musulmano percepito come fanatico, il rivale politico visto come corrotto o traditore. Questo godimento opaco diventa insopportabile e giustifica la sua esclusione o eliminazione.
3. Conflitti contemporanei e figure del nemico
La dinamica di invenzione del nemico si manifesta oggi in diversi scenari:
Guerra in Ucraina: la retorica bellica da entrambe le parti mira a disumanizzare il nemico. I russi sono descritti come invasori brutali, gli ucraini come nazisti da estirpare. In entrambi i casi, la logica della guerra totale cancella la dimensione umana dell’avversario.
Conflitto Israele-Gaza: qui la de-umanizzazione opera in modo speculare. Per alcuni israeliani i palestinesi sono ridotti a terroristi anonimi; per alcuni palestinesi gli israeliani sono “occupanti da eliminare”. Judith Butler (Frames of War) ha mostrato come i media decidano quali vite sono degne di lutto e quali no: una geografia della pietà che segna la differenza tra umano e non umano.
Migrazioni e frontiere: il migrante è spesso rappresentato come massa indistinta. I barconi sovraffollati vengono letti non come tragedie umanitarie ma come “invasioni”. Wendy Brown (Walled States, Waning Sovereignty) interpreta i muri come dispositivi simbolici che producono un “fuori” ostile, inventando il migrante come nemico.
Populismo digitale: nei social network, algoritmi e polarizzazione facilitano la nascita di nemici interni: élite, minoranze, oppositori politici. L’odio circola in forma virale, trasformando cittadini in “parassiti” o “traditori”.
4. Teoria critica: la funzione politica del nemico
Per la teoria critica, l’invenzione del nemico è uno strumento di governo. Adorno e Horkheimer avevano già visto come l’aggressività sociale venga incanalata contro figure stigmatizzate. Oggi, la precarietà economica e climatica, prodotta dal neoliberismo, trova sfogo in nuove figure di capro espiatorio: migranti, poveri, dissidenti.
Achille Mbembe (Politiques de l’inimitié) ha parlato di necropolitica: la gestione della vita attraverso la decisione su chi può vivere e chi può morire. La de-umanizzazione non è quindi solo psicologica, ma un dispositivo che consente a Stati e poteri globali di giustificare guerre preventive, politiche securitarie e nuove forme di autoritarismo.
5. Clinica e resistenza simbolica
Sul piano clinico, la de-umanizzazione rappresenta un fallimento della parola. Quando l’altro non è più interlocutore ma puro corpo da eliminare o respingere, la convivenza si rompe. L’educazione, il lavoro sociale e la psicoanalisi hanno il compito di restituire parola al luogo del nemico, creando spazi di riconoscimento della comune mancanza che fonda ogni soggetto.
Sul piano politico, si tratta di pensare un discorso non paranoico, capace di riconoscere conflitti senza trasformarli in guerre assolute. Un’etica del desiderio, come suggerisce Lacan, significa accettare che l’altro non può essere ridotto né annullato, ma è parte costitutiva del legame sociale.
6. Conclusione
La de-umanizzazione dell’altro e l’invenzione del nemico non sono residui arcaici, ma meccanismi moderni che intrecciano inconscio e potere. Dalla guerra in Ucraina al conflitto israelo-palestinese, dai muri alle frontiere fino ai social media, il nemico viene continuamente reinventato per stabilizzare identità fragili e ordini politici instabili. La sfida, clinica e politica, è riconoscere questi dispositivi e opporvi una pratica della parola che non riduca l’altro a vita sacrificabile, ma lo accolga come soggetto. Solo così è possibile sottrarsi alla spirale paranoica del XXI secolo e immaginare una convivenza fondata sulla cooperazione nella differenza.
Bibliografia essenziale
Adorno, T. W., Horkheimer, M. (1947). Dialettica dell’illuminismo. Torino: Einaudi.
Brown, W. (2010). Walled States, Waning Sovereignty. New York: Zone Books.
Butler, J. (2009). Frames of War: When Is Life Grievable? London: Verso.
Lacan, J. (1966). Écrits. Paris: Seuil.
Mbembe, A. (2016). Politiques de l’inimitié. Paris: La Découverte.
Žižek, S. (2008). Violence. London: Profile Books.
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