Nausicaa, la giovane principessa dei Feaci che accoglie Ulisse naufrago, rappresenta una delle figure più luminose e delicate dell’Odissea. Il suo nome — Ναυσικάα (Nausikáa), da naus (“nave”) e kazo (“bruciare, purificare”) — evoca un doppio movimento: quello del viaggio e quello della purificazione. È l’incontro fra il maschile errante e il femminile accogliente, ma anche fra due modalità del desiderio: quella del sapere e quella della cura.
L’incontro come soglia simbolica
Quando Nausicaa trova Ulisse sulla riva, nudo, coperto di salsedine e vergogna, si ritrae spaventata, poi si avvicina. È un momento di passaggio, una metaxy (μεταξύ) — uno spazio “in mezzo” fra due mondi. Per Lacan, lo spazio dell’incontro non è mai un luogo di fusione, ma di distanza simbolica, dove l’Altro appare come irriducibile. Nausicaa riconosce in Ulisse qualcosa che la attrae e al tempo stesso la eccede: il desiderio dell’Altro, che non può possedere ma solo accogliere.
Lacan direbbe che in questa scena si gioca la funzione dello sguardo come oggetto a — ciò che sfugge, ciò che resta di desiderabile perché non può essere ridotto a immagine. Nausicaa, che guarda e viene guardata, impara la differenza fra il sembrare e l’essere, fra l’amore e il desiderio.
Il femminile come accoglienza dell’alterità
Nausicaa non è una figura di seduzione, ma di apertura. Il suo gesto di offrire vesti e ospitalità ad Ulisse introduce l’idea del femminile come luogo dell’Altro. Non quello materno che ingloba, ma quello simbolico che permette la parola. Nella sua dolcezza, Nausicaa mostra una forma di éthique du féminin (etica del femminile) che non coincide con la passività, bensì con la capacità di lasciare essere l’altro, senza dominarlo.
Educativamente, questo gesto parla a chi lavora nella relazione d’aiuto: l’accoglienza non è mai fusione, ma mantenimento di una distanza giusta. Come in analisi, si tratta di creare uno spazio simbolico dove il soggetto possa riemergere dal naufragio, rivestirsi di parole e riprendere il viaggio.
Il soggetto come viandante del linguaggio
Ulisse, nel suo smarrimento, rappresenta il soggetto diviso, spogliato dei suoi significanti padroni (S1). Davanti a Nausicaa, non è più re, né eroe, ma puro essere parlante (parlêtre). È in questa nudità simbolica che può rinascere. La giovane principessa, con la sua parola ospitale, gli restituisce la possibilità di riprendere un posto nel discorso.
Nausicaa, allora, svolge una funzione educativa in senso profondo: non insegna, ma consente che l’altro si ritrovi nel linguaggio. È una funzione di mediazione simbolica, dove l’educatore, come lei, non si pone come padrone del sapere, ma come custode del luogo in cui la parola può ripartire.
Il limite come condizione del desiderio
L’incontro tra Nausicaa e Ulisse resta casto. Nessun amore, nessuna promessa. È proprio questa distanza che rende la scena feconda: il desiderio non si realizza, resta aperto. In termini lacaniani, Nausicaa mantiene la mancanza come motore simbolico. Se cedesse al possesso, il desiderio morirebbe.
L’educazione, come l’analisi, vive di questo stesso paradosso: aiutare senza colmare, accompagnare senza trattenere. L’errore sarebbe credere che il compito educativo consista nel “salvare” l’altro. In realtà, si tratta di sostenerlo nel suo stesso viaggio, come Nausicaa fa con Ulisse, indicando la via ma lasciandolo partire.
Nausicaa oggi
In una cultura che tende a saturare ogni mancanza con prestazioni, consumo o rassicurazioni immediate, la lezione di Nausicaa è quanto mai attuale. Essa ci ricorda che l’educazione è arte del limite, del non-tutto (pas-tout), direbbe Lacan: un sapere che non pretende di completare, ma di aprire.
Nausicaa rappresenta così l’incontro educativo come spazio simbolico, dove il soggetto può riemergere dal naufragio del senso e ritrovare la propria rotta.
Bibliografia essenziale
- Omero, Odissea, Einaudi.
- Jacques Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora, Einaudi.
- Maud Mannoni, Il bambino, la follia e la psicanalisi, Einaudi.
Nessun commento:
Posta un commento