La terra come luogo dell’inconscio
L’orto e la floricoltura non sono semplici attività manuali: possono essere letti come spazi simbolici in cui il soggetto incontra il proprio inconscio. Nella terra che accoglie e trasforma, ritroviamo la logica del desiderio: seminare implica riconoscere la mancanza, attendere l’effetto di un atto di parola, non controllabile fino in fondo.
Lacan ci ricorda che “il desiderio è il desiderio dell’Altro”: nell’atto di coltivare, il soggetto si affida a un Altro — la terra, la natura, il tempo — che risponde, ma mai come previsto. L’orto diventa allora una metafora dell’elaborazione simbolica, un luogo dove ciò che cresce non è solo vegetale, ma anche psichico.
Il ritmo contro il discorso capitalista
Nel discorso capitalista, tutto deve essere immediato, performante, senza mancanza. L’orto introduce invece un tempo dell’attesa, dell’incompiuto, del limite. Ogni seme rinvia al non-tutto: si può preparare il terreno, ma non forzare la crescita.
Questa esperienza contrasta l’imperativo contemporaneo del “godere senza mancare”, restituendo alla soggettività un rapporto più autentico con il desiderio. Nell’orto, la soddisfazione non viene dal risultato, ma dal processo: il soggetto sperimenta la differenza tra bisogno e desiderio, tra nutrirsi e simbolizzare.
Un esempio clinico-educativo: in un laboratorio con persone con disabilità psichica, l’attesa della germinazione diventa un modo di lavorare sull’angoscia e sulla fretta. La pianta, crescendo a suo ritmo, insegna che il desiderio non è padroneggiabile; lo si può solo accompagnare.
Il fiore come oggetto a
Nel linguaggio lacaniano, il fiore può essere letto come oggetto a, resto di godimento che cattura lo sguardo e attira il desiderio. Non ha utilità immediata, ma rappresenta ciò che sfugge alla catena simbolica: il bello, l’effimero, la perdita.
Nel prendersene cura, il soggetto si confronta con la fragilità e con il limite del controllo. Il fiore fiorisce e appassisce: è una piccola lezione sull’evaporazione del godimento, sulla necessità di lasciare andare.
Così, nei gruppi di floricoltura, il lavoro non consiste solo nel produrre qualcosa di bello, ma nel sostenere la presenza del desiderio di ciascuno, senza colmarlo. Il gruppo diventa un dispositivo dove il soggetto è invitato a simbolizzare ciò che non può possedere.
L’orto come spazio di legame simbolico
L’orto, nel lavoro educativo e psicosociale, può essere considerato una struttura discorsiva alternativa: non il luogo della produzione, ma della cooperazione.
Ogni gesto — annaffiare, potare, raccogliere — ha valore solo nella catena simbolica che lo lega agli altri. L’orto diventa un campo del significante, dove ogni soggetto trova posto nel legame sociale non per la sua funzione, ma per la sua parola e presenza.
In un gruppo, la divisione dei compiti produce un ordine simbolico minimo, che consente di far esistere un “noi” non fusivo: il soggetto partecipa a un discorso dove la mancanza non è negata, ma condivisa.
Coltivare la mancanza
L’orto e la floricoltura, letti con Lacan, insegnano a coltivare la mancanza: accettare che il desiderio non si colma, ma si tiene vivo solo se non si soddisfa interamente.
Il soggetto che zappa, semina o osserva il fiore che sfiorisce, sperimenta la verità del proprio limite: qualcosa cresce, ma non per suo merito; qualcosa muore, ma lascia un resto.
È in questo resto — nell’oggetto a, nel fiore inutile, nel germoglio inatteso — che l’inconscio si manifesta.
Coltivare diventa allora un atto etico, non estetico: un modo di stare nel mondo non come padroni, ma come parlanti, in ascolto del ritmo del desiderio.
Bibliografia
Lacan, J. (1960). Subversion du sujet et dialectique du désir. Écrits.
Lacan, J. (1972-73). Il Seminario. Libro XX: Ancora. Einaudi.
Winnicott, D. W. (1971). Gioco e realtà. Armando.
Dolto, F. (1984). L’immagine inconscia del corpo.
Anzieu, D. (1985). Il gruppo e l’inconscio. Borla.
Žižek, S. (1999). Il soggetto scabroso. Raffaello Cortina.
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