Il linguaggio psicoanalitico classico di Freud ci ha lasciato due coordinate fondamentali: il principio di piacere e il principio di realtà. Il primo descrive la spinta originaria dell’apparato psichico a cercare soddisfazione immediata, scarico di tensione e godimento pulsionale. Il secondo rappresenta il limite imposto dalla vita sociale, dalla cultura e dalle esigenze materiali: la rinuncia o il differimento della soddisfazione, la sublimazione e la mediazione con l’ordine simbolico che garantisce la convivenza collettiva.
Per Freud, l’accesso alla civiltà comporta una certa rinuncia pulsionale: senza questa mediazione, l’individuo resterebbe schiavo del proprio desiderio immediato e la vita sociale sarebbe impossibile. Il conflitto tra piacere e realtà costituisce il terreno stesso della nevrosi e dell’elaborazione analitica.
Dal principio di realtà al principio di prestazione
Herbert Marcuse (Eros e civiltà, 1955) osserva come, nelle società industriali avanzate, il principio di realtà si sia trasformato in un principio di prestazione. Non si tratta più soltanto di rinunciare al piacere, ma di interiorizzare un imperativo più specifico: essere produttivi, efficienti e performanti.
Il soggetto deve dimostrare costantemente il proprio valore attraverso il lavoro, la competizione e la misurazione del rendimento. La realtà non è solo un dato materiale, ma diventa una realtà sociale organizzata attorno alla produttività e al successo individuale.
Lacan e la logica contemporanea della prestazione
Lacan non utilizza direttamente il termine “principio di prestazione”, ma il suo concetto di discorso del capitalista mostra come la società contemporanea non richieda solo rinuncia pulsionale, ma un nuovo tipo di godimento forzato. L’imperativo non è più “devi rinunciare”, ma “devi godere, devi performare, devi apparire competente”.
Questo produce forme cliniche tipiche della modernità: ansia da prestazione, burn-out, depressione legata al senso di inadeguatezza, difficoltà nel sostenere il desiderio in un contesto che non conosce limiti simbolici ma solo richieste di efficienza. Il paradosso è che il principio di prestazione non libera la pulsione, ma la incatena in una logica senza fine: non si raggiunge mai abbastanza, non si gode mai abbastanza, non si è mai sufficientemente performanti.
Esempi concreti
1. Ambito lavorativo: un impiegato tecnologico può vivere ansia cronica perché la sua identità è legata al rendimento e al confronto con i colleghi. Anche piccoli errori diventano fonte di inadeguatezza.
2. Ambito educativo: studenti sotto pressione scolastica mostrano disturbi del sonno e blocchi emotivi; il loro valore personale sembra misurarsi esclusivamente in voti e risultati.
3. Ambito digitale: nei social network, il principio di prestazione si manifesta nella necessità di apparire costantemente competente e felice; il valore soggettivo dipende dai like e dalla visibilità, generando stress e ansia da confronto.
Clinica e società
Dal punto di vista clinico, molti sintomi contemporanei derivano dall’angoscia di non essere all’altezza più che dalla colpa nevrotica classica. Dal punto di vista sociale, il principio di prestazione produce inclusione ed esclusione: chi performa è riconosciuto, chi non riesce resta ai margini. La psicoanalisi può offrire al soggetto uno spazio in cui interrogare il proprio desiderio al di là dell’imperativo di efficienza.
Conclusione
Il principio di prestazione, evoluzione storica del principio di realtà, ci aiuta a comprendere le sofferenze psichiche e sociali del presente. Con Freud cogliamo la necessità della rinuncia; con Marcuse vediamo come questa rinuncia sia storicamente organizzata; con Lacan osserviamo l’imperativo contemporaneo di eccedere nella prestazione. La psicoanalisi restituisce al soggetto la possibilità di fare esperienza del proprio desiderio singolare, al di là del comando sociale.
Breve bibliografia:
1. Freud, S. Al di là del principio di piacere, 1920.
2. Marcuse, H. Eros e civiltà, 1955.
3. Lacan, J. Il seminario, Libro XVII: Il rovescio della psicoanalisi (1969-70).
4. Byung-Chul Han, La società della stanchezza, 2010.
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