Introduzione
La pratica clinica contemporanea pone sempre più spesso di fronte alla necessità di integrare diverse modalità di cura. Tra queste, l’uso della terapia farmacologica e il trattamento psicoanalitico rappresentano due poli apparentemente distanti. Da un lato, la farmacologia agisce sul cervello e sui processi neurochimici; dall’altro, la psicoanalisi lacaniana lavora sul soggetto dell’inconscio, sul linguaggio e sul desiderio. Come possono questi due approcci dialogare? L’esperienza clinica mostra che non solo è possibile, ma in molti casi è indispensabile pensare a un’integrazione, rispettando i confini e le funzioni specifiche di ciascun intervento.
Differenze di prospettiva
La psicoanalisi lacaniana non si concentra sul sintomo come semplice disturbo da eliminare, ma lo legge come un modo con cui il soggetto si organizza rispetto al proprio desiderio e al rapporto con l’Altro. Il sintomo ha una funzione, spesso inconsapevole, e l’analisi lo esplora per aprire nuove possibilità soggettive.
La terapia farmacologica, invece, interviene sul piano biologico. Agendo sui sistemi serotoninergici, dopaminergici o glutammatergici, modula l’ansia, la depressione, le allucinazioni, i disturbi del sonno. È un intervento che non interpreta, ma riduce l’intensità del fenomeno.
Queste due logiche non sono sovrapponibili, ma proprio per questo possono coesistere. Il farmaco agisce sul reale del corpo, l’analisi sul simbolico del linguaggio.
La funzione del farmaco
Dal punto di vista lacaniano, il farmaco non risolve il sintomo, ma lo rende trattabile. In particolare:
- contiene l’eccesso di godimento che invade il soggetto nella psicosi o nell’angoscia acuta;
- riduce la sofferenza biologica che può impedire l’instaurarsi del transfert;
- crea una base di stabilità che permette al soggetto di iniziare un lavoro di parola.
Un esempio è quello dei pazienti psicotici. In fase acuta, senza una terapia antipsicotica, il delirio o le voci possono risultare troppo invasivi perché un colloquio analitico abbia luogo. Il farmaco non cancella il delirio, ma ne riduce l’intensità, rendendo possibile l’incontro con l’analista.
La funzione dell’analisi accanto al farmaco
Il lavoro analitico si colloca altrove. Se il farmaco riduce il sintomo, l’analisi lavora sul senso che quel sintomo ha per il soggetto. Il trattamento lacaniano si orienta al desiderio, all’inconscio e alla particolarità della posizione di ciascuno. Nessun farmaco, per quanto efficace, può elaborare le domande fondamentali che abitano il soggetto: “Che cosa vuole l’Altro da me?”, “Che posto occupo nella mia storia?”, “Come posso vivere con il mio sintomo?”.
Un soggetto depresso, ad esempio, può trovare beneficio da un antidepressivo, recuperando energia e regolarità del sonno. Tuttavia, senza un lavoro analitico, il rischio è che il miglioramento resti parziale o dipendente dal farmaco. Solo il percorso con l’analista può permettergli di affrontare le radici del suo vissuto di vuoto, di colpa o di mancanza di senso.
I rischi da evitare
L’integrazione richiede equilibrio. Ci sono tre rischi principali:
- Medicalizzare tutto: ridurre il soggetto a un insieme di squilibri neurochimici, trascurando la sua parola.
- Rifiutare il farmaco per principio: negare a priori la farmacologia significa lasciare il paziente esposto a un reale ingestibile.
- Confondere i piani: il farmaco non interpreta, l’analista non prescrive. Ognuno deve mantenere il proprio ruolo.
Un modello di integrazione
La clinica più efficace si fonda su tre punti:
- Collaborazione interdisciplinare: psichiatra e analista lavorano insieme, in dialogo costante, ma senza annullare le differenze di funzione.
- Uso mirato del farmaco: pensato non come soluzione definitiva, ma come strumento per consentire l’avvio e la prosecuzione dell’analisi.
- Centralità del soggetto: la cura non si riduce a un dosaggio né a un’interpretazione. L’obiettivo è sostenere la singolarità del soggetto nella sua complessità, tra corpo e parola.
Conclusione
L’integrazione tra terapia farmacologica e psicoanalisi non è una fusione, ma una coabitazione. Il farmaco sostiene il corpo, l’analisi sostiene il soggetto. Tenere insieme queste due dimensioni consente una cura più ampia e rispettosa, capace di accogliere sia la realtà biologica sia la dimensione simbolica che costituisce l’essere umano.
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