venerdì 12 settembre 2025

Psicopatia e patologia della normalità: continuità e differenze nella banalità del male

Psicopatia: il male fuori dal coro

La psicopatia si manifesta come un agire senza rimorso, senza empatia e senza confronto con il Super-io sociale. Esempi noti come Ted Bundy o Andrei Čikatilo mostrano come il male possa nascere dal soggetto stesso, senza bisogno di giustificazione esterna. Qui il significante dominante – la voce della coscienza, del dovere, del gruppo – è silente o irrilevante. L’atto è personale, calcolato e scelto: non c’è banalità, ma brutalità autonoma e isolata.

In chiave lacaniana, si può anche ipotizzare che lo psicopatico agisca per porre un limite al Reale insopportabile: l’impulso diventa un modo per contenere ciò che non riesce a essere simbolizzato, un gesto immediato che tenta di organizzare l’esperienza quando manca un significante padrone stabile.


Patologia della normalità: il male guidato dal coro

La normalità ordinaria, invece, agisce secondo un “coro” di voci interne e sociali: leggi, ordini, valori condivisi, ideali collettivi. Il soggetto interiorizza queste voci e le percepisce come guida della coscienza, come se fossero una vera e propria “voce interiore” che indica ciò che è giusto fare.

In situazioni di guerra o contesti ideologici, atti che altrove sarebbero considerati crimini possono essere premiati o osannati: il riconoscimento sociale rafforza il significante dominante e trasforma il male in routine percepita come legittima.

Esempi storici comprendono Eichmann, organizzatore della Shoah, soldati in Vietnam, e massacri in Ruanda o Afghanistan. In questi casi, la banalità del male emerge proprio dal fatto che persone ordinarie compiono atti terribili senza sentirsi personalmente cattive, guidate dal coro interno del significante dominante.


Identificazione immaginaria e fattori di sostegno

Il soggetto ordinario si lega al significante dominante attraverso l’identificazione immaginaria: investe la propria identità sull’Io ideale, l’immagine di sé che riflette l’ordine, il gruppo e i valori condivisi.

Altri fattori rafforzano questo legame:

  • Paura e sopravvivenza spingono all’obbedienza;
  • Dovere e responsabilità verso il gruppo o la nazione consolidano la guida interna;
  • Premi o riconoscimenti sociali legittimano l’azione;
  • Distacco emotivo e meccanismi di difesa riducono empatia e senso di colpa.

In questo modo, la normalità ordinaria può diventare portatrice di male “banale”, agito come routine percepita giusta e necessaria.


Continuità e differenze

C’è una continuità: in entrambe le condizioni, psicopatia e normalità ordinaria, la soggettività struttura l’atto.

Le differenze principali sono però evidenti:

  • Psicopatia → vuoto interno, Super-io sociale silente, male personale, scelto e calcolato;
  • Normalità ordinaria → Super-io attivo, significante dominante interiorizzato e rinforzato dal coro sociale, male percepito come doveroso e ordinario.

La psicopatia non rientra nella banalità del male in senso arendtiano, ma può essere interpretata come un modo di affrontare il Reale insopportabile: l’azione impulsiva serve a contenerlo quando manca un significante padrone che simbolizzi e organizzi l’esperienza.


Il Reale e la responsabilità

Il male ordinario si compie in apparente continuità, ma il Reale emerge come limite e frattura morale: sofferenza, morte e orrore restano impressi e talvolta generano trauma o vuoto. Anche se razionalizzato o mediato dal significante dominante, il Reale mostra che nessuna guida interna o sociale può rappresentare pienamente la realtà dell’atto.

Riconoscere il peso del Reale, percepire il dissidio interno tra ordini, valori universali ed empatia, resta fondamentale per preservare la responsabilità soggettiva e prevenire che la banalità del male diventi routine.


📚 Breve bibliografia

  • Arendt, H. (1963). La banalità del male. Feltrinelli.
  • Freud, S. (1930). Il disagio della civiltà. Opere.
  • Lacan, J. (1966). Scritti. Einaudi.
  • Fromm, E. (1955). Fuga dalla libertà. Edizioni di Comunità.
  • Milgram, S. (1974). Obedience to Authority. Harper.






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