“Io sono il mare: nelle mie profondità le perle sono nascoste; ma hanno forse chiesto al sommozzatore dei miei gusci?”
Tutto quello che resta di te (All That’s Left of You, 2025, in anteprima nelle arene estive), diretto e interpretato da Cherien Dabis, è un film drammatico che esplora la storia di una famiglia palestinese attraverso tre generazioni, mettendo al centro il trauma intergenerazionale, la perdita e la memoria. La regista palestinese-americana, nota anche per il suo lavoro televisivo in Ozark e The Sinner, porta sullo schermo una narrazione intima, che intreccia il vissuto individuale con la storia collettiva
Una storia familiare dentro la Storia
La vicenda prende avvio a Jaffa, durante la Nakba del 1948, con i nonni costretti a lasciare la loro terra di aranci. Negli anni dell’Intifada del 1988, la morte del figlio maggiore Sharif diventa il punto nodale del trauma familiare. Infine, il trasferimento in Canada apre un nuovo capitolo: i figli della terza generazione devono affrontare il peso della diaspora, cercando un equilibrio tra le radici e la nuova vita.
La voce narrante è quella della madre Hanan (interpretata dalla stessa Dabis), che intreccia ricordi e vissuti collettivi, trasformando la storia di una famiglia in un racconto universale sulla trasmissione del dolore e della memoria.
Personaggi e funzioni simboliche
Ogni personaggio incarna un aspetto diverso dell’elaborazione del trauma:
Hanan: la soggettività femminile come luogo di cura e resilienza, capace di trasformare il lutto in memoria condivisa.
Salim (Saleh Bakri): insegnante e amante della letteratura araba, rappresenta la funzione culturale; attraverso la parola e il sapere apre spazi simbolici di elaborazione.
Sharif: il figlio ucciso negli scontri, resta il trauma originario che costringe la famiglia a confrontarsi con lutto e colpa.
Noor: il figlio minore, porta con sé la complessità della diaspora, costretto a negoziare identità e appartenenza in una nuova terra.
Lingua, cultura e Nome-del-Padre
Uno dei fili più forti del film è il ruolo della lingua araba. Le parole, le poesie, i proverbi custodiscono la memoria e fanno da legame tra le generazioni. In termini simbolici, ad essere “perla nascosta”, è il lutto trasformato in parola, cultura e racconto.
Qui la lingua e la cultura assumono la funzione del Nome-del-Padre: un punto di ancoraggio simbolico che permette di non restare imprigionati nella ripetizione traumatica. È ciò che consente di trasformare la perdita in memoria, e la ferita in continuità.
La poesia finale di Hāfiẓ Ibrāhīm
Il film si chiude con la poesia “La lingua araba piange la sua sorte” di Hāfiẓ Ibrāhīm. L’immagine del mare che custodisce perle diventa il simbolo della memoria culturale: ciò che è doloroso può essere trasformato, simbolizzato, reso trasmissibile. È la parola a impedire che il lutto resti ferita muta, dando alla famiglia e allo spettatore la possibilità di integrare il trauma.
Un racconto intimo e universale
Con regia sensibile e interpretazioni intense, Cherien Dabis offre più di un affresco storico palestinese: mette in scena un dramma familiare che parla a tutti. Tutto quello che resta di te mostra come le famiglie, attraverso la lingua, la cultura e il Nome-del-Padre, possano trasformare la violenza subita in memoria condivisa. Un film che interroga sul rapporto tra trauma e resilienza, tra perdita e continuità, e che offre una riflessione universale sulla forza della trasmissione intergenerazionale.
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