martedì 29 luglio 2025

🪞 L’Immaginario: lo specchio dell’io

Nel pensiero di Jacques Lacan, l’Immaginario è uno dei tre registri fondamentali dell’esperienza umana, insieme al Simbolico e al Reale. Questo registro riguarda il mondo delle immagini, delle illusioni, delle identificazioni. È lo spazio in cui nasce l’io (je) come costruzione, non come realtà solida.


🔍 Che cos’è l’Immaginario?

L’Immaginario è il regno delle forme visive, dell’apparenza, della seduzione, ma anche del malinteso. È il modo in cui ci vediamo e immaginiamo, ed è alla base della nostra prima esperienza di identità.

Secondo Lacan, l’Immaginario si costituisce soprattutto attraverso un evento chiave: lo stadio dello specchio.


🪞 Lo stadio dello specchio

Tra i 6 e i 18 mesi, il bambino si riconosce per la prima volta nel proprio riflesso allo specchio. Quel momento è fondamentale: vede un’immagine unificata e affascinante di sé, mentre dentro di lui vive ancora la dispersione motoria e l’insicurezza.

👉 Risultato: il bambino si identifica con quell’immagine esterna, che però è altro da lui. In quel riflesso, egli si costruisce un io ideale: compatto, armonioso, fittizio.


🤝 L’Immaginario e l’Altro

L’Immaginario è anche la dimensione della relazione duale: io e l’altro, spesso vissuto come rivale o specchio deformante.

👥 Nell’infanzia, il fratellino che attira l’attenzione dei genitori può diventare un “rivale immaginario”.

🎭 Nelle relazioni amorose, ci si innamora spesso dell’immagine che ci siamo fatti dell’altro, più che dell’altro reale.

⚔️ Nelle gelosie e nei conflitti, l’altro è sentito come minaccia proprio perché riflette (o distorce) qualcosa di nostro.


🧩 L’inganno delle immagini

💡L’Immaginario seduce e intrappola. Le pubblicità, i social, i media giocano su questa dimensione: propongono immagini ideali, corpi perfetti, vite invidiabili, in cui ci proiettiamo senza accorgerci che sono costruzioni fittizie.

📱 Esempio: sui social una persona può sentirsi inadeguata vedendo le foto “perfette” degli altri, dimenticando che quelle immagini sono selezionate, ritoccate, filtrate.


🔗 Immaginario, Simbolico e Reale

✳️ L’Immaginario non basta da solo per costruire un soggetto. Per Lacan, è nel rapporto con il Simbolico (cioè il linguaggio, le regole, la legge) che si dà il vero accesso all’identità.

🌀 Quando il Simbolico è debole o manca, si resta intrappolati nell’Immaginario, in un gioco di specchi, di rivalità e di illusioni. È ciò che Lacan descrive nella psicosi, dove l’Altro non è più regolato dal Simbolico e torna come persecutore immaginario.


🎯 Conclusione

L’Immaginario in Lacan non è solo un “mondo delle immagini”: è la base dell’identità umana, ma anche la sua trappola. Saper distinguere l’immagine da ciò che siamo, o meglio da ciò che desideriamo, è già un passo verso la libertà.

🔍 Guardarsi allo specchio è inevitabile. Ma non dimentichiamo che la nostra verità passa attraverso il linguaggio, il desiderio e l’Altro simbolico.




📲 Iperconnessione e pressione alla performance



💢Quando il soggetto si consuma nell'ideale di essere sempre attivo

Nel mondo contemporaneo, la connessione è diventata una condizione continua. Lavoriamo online, comunichiamo online, costruiamo la nostra immagine sui social, riceviamo notifiche anche mentre dormiamo. Questa iperconnessione, più che un’opportunità, si configura sempre più come un imperativo: essere raggiungibili, pronti, aggiornati, performanti.


🔄 Prestare, produrre, postare

Nel lavoro, la reperibilità si è trasformata in un dovere silenzioso. Si risponde alle mail a tarda sera, si è sempre “sul pezzo”, si dimostra di esserci, anche quando non si è più davvero lì. Anche la sfera personale risente di questa logica: si pubblica per mostrarsi attivi, felici, presenti. Ma tutto questo rischia di diventare un circuito chiuso: si esiste solo se si produce, se si appare, se si dimostra qualcosa.

La pressione alla performance non riguarda più solo il lavoro, ma ogni dimensione dell’esperienza. Ogni tempo è tempo da ottimizzare. Ogni gesto è leggibile come un contenuto. L’inazione, la pausa, il silenzio diventano sospetti.


🧠 Cosa succede al soggetto

Questa modalità continua di esposizione e prestazione ha un prezzo psichico. Spesso emergono:

  • uno stato di allerta cronica, con ansia e difficoltà a “staccare”;
  • vissuti di inadeguatezza, confrontandosi con modelli irrealistici;
  • una crescente difficoltà a desiderare, cioè a distinguere ciò che si vuole da ciò che si dovrebbe volere.

In termini psicoanalitici, il soggetto rischia di essere interamente asservito al godimento dell’Altro, cioè al circuito di aspettative e visibilità che lo cattura, senza spazio per elaborare la propria mancanza.


👩‍💻 Un esempio clinico

X. è una libera professionista nel settore creativo. Cura il suo sito, pubblica sui social, risponde a ogni messaggio dei clienti in tempi rapidissimi. All’apparenza è organizzata, ma racconta un senso crescente di esaurimento. Quando prova a prendersi una pausa, avverte un’inquietudine profonda. Dice: “Non so più se sto lavorando o se sto solo cercando di non deludere nessuno. Anche il tempo libero mi sembra lavoro, solo che non lo riconosco come tale”.


🔎 Un riferimento lacaniano

Lacan, nel suo discorso del capitalista, ha messo a fuoco un tipo di legame sociale in cui il soggetto è preso in una catena di consumo e produzione continua, dove la mancanza non ha più posto. Ogni oggetto è lì per colmare, per soddisfare, per funzionare. Ma se non c’è mancanza, non può esserci nemmeno desiderio.

Tuttavia, Lacan non contrappone semplicemente desiderio e Altro. Al contrario: “Il desiderio è il desiderio dell’Altro” (Seminario XI). Il desiderio nasce nell’Altro, si struttura nel linguaggio, si articola nel campo della domanda. Ma non si esaurisce in ciò che l’Altro chiede: emerge nello scarto, nel resto che sfugge alla domanda dell’Altro, in quel vuoto che la prestazione cerca costantemente di negare.


🧭 Spunto conclusivo: dare tempo alla mancanza

In una cultura che premia la velocità e misura il valore attraverso la visibilità, sottrarsi può essere un atto etico. Non per fuggire dall’Altro, ma per riaprire un tempo diverso: non solo funzionale, non solo occupato, ma abitato.

Disconnettersi non è rifiutare il legame, ma introdurre un limite: al godimento, alla domanda, alla prestazione continua. È in questo tempo ritrovato che può affacciarsi un desiderio proprio, un tempo soggettivo che non sia solo il riflesso dell’Altro.


sabato 26 luglio 2025

La Modernità e la sfida del Reale

«Il deserto cresce: guai a chi in sé cela deserti»

— Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra


La Modernità e la crisi dell’Assoluto

Nietzsche ha intuito come pochi altri il destino della modernità: con la “morte di Dio” si sarebbe aperto uno spazio vuoto, abitato da nuovi idoli e nuove volontà di potenza. Ma non si tratta solo di un crollo della fede, bensì dell’evaporazione di ogni fondamento stabile per la Legge, il Senso e il Desiderio. In termini lacaniani, potremmo dire che si è dissolto il Nome-del-Padre come garante dell’ordine simbolico, lasciando il soggetto esposto a un Reale senza mediazioni.

L’Occidente ha reagito a questa perdita assolutizzando altri registri: la tecnica, il capitale, la scienza, il consumo. Il vuoto lasciato da Dio è stato colmato da forme secolarizzate di assoluto, non meno dogmatiche. Lungi dall’aprire una pluralità libera di sensi, la crisi del sacro ha spesso prodotto fondamentalismi moderni. Come ha scritto Lacan, il discorso del capitalista promette di eludere la castrazione simbolica: "funziona a meraviglia, ma proprio per questo va verso la catastrofe" (Lacan, “Radiophonie”).


Il ritorno dei fondamentalismi

Nel vuoto lasciato dall’Assoluto religioso, si sono affacciati nuovi assolutismi. Da un lato i fondamentalismi religiosi, che riattivano in forma regressiva e violenta il significante Padre. Dall’altro, una tecnocrazia globale che sostituisce l’autorità con l’algoritmo e la decisione con la previsione. In entrambi i casi, ciò che si evita è il confronto con il Reale: l’inconsistenza dell’Altro, il non-senso radicale del desiderio umano.

Il fondamentalismo religioso reintroduce un Dio-Altro totale, che ordina e punisce; la tecnocrazia promette un mondo senza soggettività, dove tutto può essere calcolato. In questa polarità, la modernità si mostra in tutta la sua ambivalenza: emancipatrice e ansiogena, razionale e delirante. La verità è che nessuno vuole davvero abitare il Reale: si preferisce l’Altro pieno, sia sotto forma di Shari’a che di Intelligenza Artificiale.


Capitalismo e autoritarismi: una dialettica inquietante

Non va dimenticato che anche il capitalismo è un fondamentalismo. Come scrive Žižek, esso funziona come “una religione senza teologia”: totalizzante, globale, non negoziabile. Ma oggi il suo dominio non è più indiscusso. Dopo la lunga stagione della globalizzazione liberale, assistiamo a un ritorno dell’elemento statuale e autoritario: Russia, Cina, India e molte altre nazioni promuovono modelli che intrecciano capitalismo e controllo sociale, mercato e comando.

La Russia di Putin propone una restaurazione simbolica in chiave nazionale-religiosa, mescolando ortodossia, patriottismo e gestione centralizzata. La Cina afferma un capitalismo tecnocratico senza democrazia, in cui il Partito assume il ruolo di S1: significante-padrone che regola senso, storia e identità. Gli USA, pur restando una potenza capitalistica liberale, si trovano attraversati da pulsioni autoritarie interne e da una sfida esterna che ne relativizza l’universalismo.

In questo scenario multipolare, il capitalismo non sparisce: si adatta. Assume coloriture culturali diverse, si ibrida con modelli verticali, perde la sua maschera liberal-progressista. Nasce una dialettica tra mercato e comando, tra algoritmo e decisione, tra flusso e muro. E forse, come suggeriva Lacan nella sua lettura del Discorso del capitalista, questa dialettica è destinata a esplodere, perché elude troppo a lungo la questione della mancanza.


L’Europa e la sfida della simbolizzazione

In questo contesto, l’Europa appare fragile ma anche potenzialmente feconda. Non ha più un centro, ma conserva la memoria del tragico, del conflitto, della pluralità. Potrebbe rappresentare una via alternativa tra fondamentalismi religiosi e totalitarismi tecnici, tra mercato assoluto e Stato assoluto. Ma per farlo dovrebbe ripensare radicalmente il proprio rapporto con il Reale, rinunciando all’illusione di una armonia preconfezionata.

Ciò significa riscoprire il limite come risorsa: la castrazione simbolica come condizione di libertà, non come perdita da negare. Significa, in termini politici, pensare la legge non come imposizione ma come campo di mediazione. E accettare che la verità non sia mai tutta, che il soggetto sia sempre decentrato, che nessun sistema possa redimere una volta per tutte la mancanza d’essere.


Conclusione

La modernità è il tempo della mancanza dell’Altro. Nietzsche lo ha anticipato, Lacan lo ha teorizzato, la geopolitica lo conferma. Il rischio è di sostituire l’Altro che manca con dei simulacri assoluti: Dio, mercato, algoritmo, Stato. La sfida è un’altra: abitare il Reale, senza dogmi, senza garanzie, senza padroni. Solo così il soggetto – e forse anche l’Europa – potrà tornare a desiderare.


Breve Bibliografia

  • Nietzsche, F. (1882). La gaia scienza.
  • Lacan, J. (1970). Radiophonie in Autres Écrits.
  • Lacan, J. (1972). Il Seminario XX – Encore.
  • Žižek, S. (2006). Viviamo in tempi interessanti.
  • Han, B.-C. (2014). La società della trasparenza.
  • Esposito, R. (2009). Pensiero vivente.




 



giovedì 17 luglio 2025

Difficoltà di scelta. Sguardo su un’esperienza comune

Quando tutto si fa difficile

Ci sono momenti in cui anche le cose più semplici diventano difficili. Scegliere. Lavorare. Portare avanti ciò che si è iniziato. È come se qualcosa si inceppasse, e ci si trovasse davanti a un blocco, una nebbia, una stanchezza che va oltre la fatica fisica.

La psicoanalisi, e in particolare l’insegnamento di Jacques Lacan, ci spiega che non si tratta semplicemente di stress o pigrizia. Le difficoltà nelle scelte e nel lavoro spesso toccano il nostro rapporto con il desiderio.


Scegliere è un atto soggettivo

Scegliere non è mai solo una questione razionale. Ogni scelta comporta un taglio: dire “sì” a qualcosa significa dire “no” ad altro. E questo può far paura. Ci si chiede: cosa rischio scegliendo? cosa lascio fuori? Anche con molte opzioni, si può restare bloccati.

Anche il lavoro non è solo produttività. È spesso il luogo dove si gioca il senso della nostra esistenza. In ciò che facciamo ogni giorno, mettiamo una parte di noi. Ma se il desiderio si offusca, il lavoro può diventare vuoto, ripetitivo o insopportabile.


Il desiderio come forza e mancanza

Per Lacan, il desiderio non è un oggetto da raggiungere, ma una posizione soggettiva da sostenere. È ciò che ci mette in moto, ma anche ciò che può mancare. Quando manca, può manifestarsi come confusione, apatia, fatica.

Cosa fare, allora, in questi momenti? Non sempre serve decidere in fretta o cercare soluzioni rapide. A volte è più utile ascoltare il disagio, fermarsi, dare spazio alle domande: sto seguendo il mio desiderio? o sto solo rispondendo a un dovere o a un ideale che non sento più mio?


La psicoanalisi come spazio di parola

La psicoanalisi non offre risposte pronte, ma uno spazio per porre domande. Quelle che spesso non ci facciamo da soli. Anche ciò che sembra muto — un blocco, un sintomo, un sogno — può cominciare a parlare. E in quella parola ritrovata può aprirsi un nuovo inizio.

Scegliere e lavorare sono atti quotidiani. Ma quando diventano difficili, ci ricordano che non siamo macchine. Siamo soggetti, con desideri, dubbi, contraddizioni. Accogliere queste difficoltà non è arrendersi. Può essere, invece, l’inizio di un modo più autentico di stare al mondo, più vicino a ciò che davvero ci riguarda.





Adattarsi ai contesti lavorativi e sociali

Adattarsi non significa solo funzionare

In psicoanalisi, e in particolare secondo Jacques Lacan, l’adattamento non coincide con il semplice “funzionare bene”. Non è solo efficienza o inserimento sociale. È piuttosto il modo in cui il soggetto si colloca nel discorso dell’Altro: l’insieme di leggi, aspettative, ruoli e valori che lo circondano.

Fin dalla nascita, entriamo in un mondo di parole, norme e richieste. Lacan chiama questo insieme l’Altro (con la A maiuscola): non è una persona, ma il linguaggio, la cultura, le istituzioni. Adattarsi significa confrontarsi con ciò che l’Altro vuole da noi — ma anche con ciò che non possiamo essere per lui.


Adattamento e invisibilità

Pensiamo a un giovane migrante: nel suo paese era studente, figlio, tecnico. Nel nuovo contesto è visto solo come manodopera. Questo mancato riconoscimento può generare disagio, apatia, sintomi. Il problema non è la “scarsa motivazione”: è il desiderio che non trova posto. Il soggetto si sente invisibile.

Lacan individua al centro dell’identità un significante fondamentale, chiamato significante padrone (S1). È una parola o un’idea che organizza il senso di sé: “insegnante”, “giusto”, “madre”, “lavoratore instancabile”… Ma se questo significante ci è imposto, o viene meno, può generare smarrimento o vuoto.

Accade, ad esempio, in certi percorsi lavorativi protetti per persone con disabilità. Anche se l’attività è utile, se non tocca il desiderio rimane esterna, meccanica. Non trasforma il soggetto, non incide sulla sua posizione nel mondo. Il lavoro, per essere esperienza viva, deve avere senso soggettivo.


Oggetto a: la causa del desiderio

Un concetto centrale è l’oggetto a: non è un oggetto materiale, ma ciò che ci manca e ci spinge a desiderare, a creare, a legare. È la causa del desiderio. Non è ciò che siamo, ma ciò attorno a cui ci costituiamo. Ritrovare un legame con questo oggetto permette di tornare a vivere, anche se in modo fragile.

Il rischio è che l’ambiente sociale riduca le persone a funzioni: “quello che produce”, “quella che assiste”. Qui l’adattamento si trasforma in alienazione: il soggetto si adegua, ma smette di esistere come soggetto desiderante. La sua parola si spegne.


Inventare una posizione propria

La psicoanalisi non propone tecniche per adattarsi meglio. Offre piuttosto uno spazio per trovare una posizione singolare nel legame sociale. Non si tratta sempre di ribellarsi, ma di inventare un modo proprio di esserci, anche nei limiti.

Viviamo in un tempo che esige flessibilità continua. Ma il vero benessere non nasce dalla conformità. Nasce dalla possibilità di esprimere qualcosa di proprio, nel lavoro, nei legami, nella vita. Solo così si può parlare di un adattamento che non annulla il soggetto, ma lo include.


Crisi esistenziali

Quando il senso vacilla

Ci sono momenti nella vita in cui ci si sente smarriti. Ciò che prima dava senso — il lavoro, i legami, i progetti — improvvisamente appare vuoto o estraneo. Non è solo tristezza o stanchezza, ma una perdita di orientamento più profonda. Ci si comincia a chiedere: chi sono? cosa desidero davvero? quale direzione prendere?

Questa condizione, che possiamo chiamare crisi esistenziale o crisi identitaria, non è necessariamente una malattia. Spesso nasce da un cambiamento importante, da una perdita, o da un disagio silenzioso che si è accumulato nel tempo. È come se dentro di noi si facesse strada una voce che dice: “così non funziona più”.


L'identità costruita nel linguaggio dell’Altro

Secondo Lacan, ognuno costruisce la propria identità attraverso le parole e le immagini che riceve dagli altri: la famiglia, la scuola, la società. Sono questi i significanti che ci danno un nome, un ruolo, un posto nel mondo. Ma arriva un momento in cui quei significanti non bastano più: non ci rappresentano, o addirittura ci stanno stretti. Il soggetto — come lo chiama Lacan — si scopre allora diviso, in tensione tra ciò che ha sempre mostrato e qualcosa di più profondo che fatica a emergere.

In questi momenti entra in crisi anche il rapporto con l’Altro: non solo le figure significative della nostra vita, ma tutto ciò che rappresenta l’insieme delle regole, della cultura, delle aspettative sociali. Quando l’Altro smette di offrire risposte — oppure quando ci accorgiamo che quelle risposte non ci bastano più — può aprirsi un tempo di vuoto. Ma anche un tempo di apertura.


La differenza con la depressione

A differenza della depressione, dove spesso tutto si spegne e si perde interesse per ogni cosa, nella crisi esistenziale rimane viva una domanda soggettiva: chi sono davvero? cosa mi muove? cosa desidero al di là di ciò che mi è stato insegnato a volere?

La psicoanalisi non offre risposte preconfezionate, ma uno spazio dove queste domande possono essere ascoltate e percorse. Anche ciò che non si riesce a dire — un sintomo, un blocco, un disagio — può cominciare a prendere forma. Lacan chiama “reale” proprio ciò che ci sfugge, che non ha parole, ma insiste: nei sogni, nel corpo, nell’angoscia.


Verso un modo più autentico di esserci

Un percorso analitico non mira a “tornare come prima”. Al contrario: può aiutare a trovare un modo più autentico di stare al mondo, anche se inizialmente incerto. A volte, per riprendere il filo della propria vita, è necessario accettare che qualcosa debba cambiare. La crisi, allora, non è solo rottura: può essere anche una soglia, un passaggio verso un’esistenza più fedele al proprio desiderio.





Crescita personale

 

1. Non si nasce soggetti

Dal punto di vista psicoanalitico, crescere non coincide semplicemente con lo sviluppo fisico o con l’adattamento sociale. Non si tratta di diventare “grandi” nel senso comune, ma di diventare soggetti: ossia esseri capaci di desiderare in proprio, di interrogarsi sul senso della propria esistenza, di rispondere — con parole proprie — a ciò che accade.


Il soggetto, dice Lacan, è un effetto del linguaggio: si struttura nel rapporto con l’Altro, nel modo in cui riceve e interpreta i segni, i nomi, i silenzi, gli sguardi. Crescere, allora, significa passare da una posizione passiva — in cui si è parlati dall’Altro — a una posizione attiva, in cui si prende parola e si assume la propria mancanza.


2. Separarsi dall’ideale

Crescere comporta una perdita: lasciare andare l’ideale dell’Altro. Tutti siamo cresciuti con immagini interiorizzate di ciò che “dovremmo essere”: il bravo bambino, il figlio realizzato, il genitore competente, l’adulto sicuro. Ma finché restiamo aggrappati a questi ideali, non possiamo davvero scegliere.

La crescita soggettiva avviene quando ci si separa da questi modelli: non per ribellione, ma per scoprire che il proprio desiderio non coincide con quello altrui. È il momento in cui si comincia a dire “io” non come imitazione, ma come atto.


3. Incontrare la mancanza

Nel processo di crescita, prima o poi, ci si imbatte in un punto di crisi. Un sintomo, una rottura, un fallimento, un lutto. È qui che si apre la possibilità di un passaggio soggettivo. Il soggetto si costituisce nella mancanza, non nella pienezza. Ma per arrivare a riconoscerlo serve tempo, e soprattutto un luogo dove questo vuoto possa essere detto — e non subito riempito.

Molte richieste di terapia nascono da questi punti di frattura: "Non so più cosa voglio", "Mi sento vuoto", "Ho tutto ma non sto bene". In questi casi, il dolore non va eliminato in fretta, ma ascoltato come segnale di un desiderio che bussa, spesso da anni, senza trovare parola.


4. Fare con ciò che manca

La crescita non è mai lineare. Non si diventa “composti” o “risolti”. Si impara piuttosto a fare con ciò che manca: con ciò che non si sa di sé, con i propri limiti, con l’incoerenza del proprio desiderio. Crescere significa non aspettarsi più che l’Altro risponda al nostro enigma, ma iniziare a rispondere noi stessi, con atti, con scelte, anche parziali.

Questa posizione non coincide con l’autosufficienza, ma con la responsabilità soggettiva. Si cresce quando si smette di incolpare gli altri o il destino, e si comincia a interrogarsi: Cosa posso farne io di ciò che mi è toccato vivere?


5. Crescita e desiderio

In ultima analisi, crescere significa trovare un modo soggettivo di abitare il proprio desiderio. Un desiderio che non si fonda sull’oggetto da possedere, ma sulla tensione che muove la vita. La psicoanalisi non mira a “far star bene” nel senso adattivo del termine, ma a sostenere il soggetto nel compito più difficile e più etico: desiderare a partire da sé, e non da un copione prestabilito.


Conclusione: un atto, non una meta

Crescere non è un traguardo. È un atto che si rinnova ogni volta che si sceglie di non restare bloccati in una posizione morta, ogni volta che si rinuncia all’ideale per farsi carico della propria singolarità. Nel tempo dell’efficienza e dell’automiglioramento, questa prospettiva è controcorrente: crescere non vuol dire diventare migliori, ma più veri.



Ciclo di vita

  Quando pensiamo al ciclo della vita, spesso immaginiamo una sequenza ordinata di tappe: infanzia, adolescenza, età adulta, vecchiaia. Ma la psicoanalisi lacaniana ci invita a guardare oltre questa idea lineare. Per Lacan, la vita psichica del soggetto non procede semplicemente “in avanti” nel tempo, ma si struttura attraverso momenti speciali, veri e propri punti di svolta in cui il soggetto deve confrontarsi con questioni fondamentali legate al proprio desiderio e alla propria identità.

Vediamo insieme come si può leggere l’adolescenza, l’età adulta e la vecchiaia secondo questo punto di vista.


Adolescenza: la scoperta di sé attraverso la crisi

L’adolescenza è spesso vista come un periodo difficile, pieno di contraddizioni, ribellioni, confusione. Lacan la interpreta come un momento in cui il soggetto si scontra per la prima volta con un vuoto profondo: quello di un Altro che non può più dire chi sei, che non garantisce più un senso chiaro.

Il corpo cambia, la sessualità emerge, e ciò che prima era scontato si fa improvvisamente enigmatico. L’adolescente si trova così a dover inventare una nuova posizione rispetto a sé stesso e al mondo, perché il linguaggio e le regole che fino a quel momento lo sorreggevano sembrano perdere forza.

Questo si manifesta in tanti modi: momenti di chiusura, comportamenti provocatori, agiti, ma anche tentativi silenziosi di ritrovare un senso attraverso la parola o la creatività.

Come intervenire?

La psicoanalisi non cerca di “aggiustare” questi comportamenti, né di imporre un modello di comportamento “normale”. Piuttosto, offre uno spazio in cui l’adolescente può esprimere il proprio disagio e cominciare a nominare ciò che sente dentro, anche quando è confuso o contraddittorio. Spesso bastano piccoli segnali, parole lasciate in sospeso, per aprire una strada verso la scoperta di un desiderio proprio, che non sia solo la ripetizione di ciò che l’Altro vorrebbe.


Età adulta: il compromesso con il proprio desiderio

L’età adulta è spesso descritta come il momento della stabilità: lavoro, famiglia, ruoli sociali. Lacan invece la vede come il tempo in cui il soggetto cerca un compromesso tra il proprio desiderio e le esigenze dell’Altro, cioè la società, la cultura, i valori condivisi.

In questa fase, molte persone si trovano a vivere una forma di alienazione: fanno scelte di vita non sempre consapevoli, si sacrificano per doveri o aspettative, perdendo di vista ciò che realmente desiderano. I sintomi come ansia, stress, o insoddisfazione spesso segnalano questo disallineamento tra sé e l’ideale sociale.

Come intervenire?

La psicoanalisi aiuta a far emergere il senso nascosto dietro il sintomo e a mettere in discussione le scelte ripetute che il soggetto fa, spesso senza piena consapevolezza. L’obiettivo non è far “funzionare meglio” la persona, ma aiutarla a entrare in contatto con ciò che davvero la muove, permettendo un atto di scelta più autentico e libero.

Vecchiaia: la caduta delle maschere e il ritorno all’essenziale

La vecchiaia è spesso associata al declino fisico e sociale, a una perdita di ruolo e di prestigio. Ma da un punto di vista psicoanalitico, è anche un momento di trasformazione profonda: molte delle immagini e dei ruoli che il soggetto aveva costruito nel corso della vita si disfano, lasciando il posto a una nuova modalità di essere.

Può emergere un senso di vuoto, di fallimento, o invece una liberazione dal bisogno di apparire, di “essere qualcuno”. In questa fase, il soggetto può finalmente abitare un godimento più essenziale, legato a piccoli piaceri, alla memoria, a gesti semplici.

Come intervenire?

L’intervento analitico nella vecchiaia non punta a “riattivare” la persona secondo modelli giovanili, ma a sostenere la possibilità di esistere in una nuova forma, più autentica, anche se più fragile. Si tratta di accogliere il tempo che passa, senza forzare la ripresa, valorizzando ciò che resta vivo nel soggetto, spesso attraverso ascolto e attenzione ai dettagli.

Conclusione: una visione del ciclo di vita non lineare

Lacan ci insegna che il soggetto non si sviluppa semplicemente secondo un percorso cronologico prevedibile, ma attraverso momenti di discontinuità e crisi, in cui è chiamato a riorganizzare il proprio rapporto con il desiderio e il mondo.

Adolescenza, età adulta e vecchiaia sono quindi non solo fasi biologiche, ma momenti in cui il soggetto può ritrovarsi, perdersi o reinventarsi.

La psicoanalisi, in questo quadro, non è un “progetto di crescita” ma un sostegno per attraversare questi momenti di crisi, dando spazio a ciò che è singolare e irrepetibile in ciascuno.



Lutto e perdita

  

Nella vita di ogni soggetto si susseguono perdite: alcune visibili, altre silenziose; alcune socialmente riconosciute, altre negate o rimosse. La psicoanalisi non limita il lutto alla morte, ma lo estende a tutte quelle esperienze in cui qualcosa che dava senso, consistenza o identità al soggetto viene meno. La perdita riguarda ciò che cade dal legame con l’Altro e, in questo, tocca sempre un punto strutturale.

Perdita di una persona, di un ruolo, di un luogo, di un’idea di sé: ogni perdita significativa mette in crisi l’immagine che il soggetto ha costruito nel tempo. Lacan ci ricorda che il soggetto è un effetto del linguaggio e del desiderio dell’Altro: quando l’Altro si sottrae, o cambia il suo volto, si produce uno scarto che può aprire al dolore, ma anche alla trasformazione.

Nel lutto, ciò che si perde non è mai solo l’oggetto concreto, ma il posto che quell’oggetto occupava nel proprio mondo simbolico. Il lutto mette a nudo il vuoto strutturale del soggetto, quel “mancare-a-essere” che Lacan ha descritto con la nozione di oggetto a: oggetto causa del desiderio, ma anche oggetto della perdita originaria, mai pienamente colmabile.


Forme del lutto

C’è il lutto manifesto, quello che segue una morte riconosciuta. Ma ci sono anche i lutti muti: l’abbandono, la separazione, la perdita del lavoro, una diagnosi invalidante, la migrazione, l’invecchiamento, la perdita delle illusioni. In questi casi, la società non sempre concede lo spazio per elaborare la perdita. Il soggetto rischia allora di restare solo con il suo dolore, senza parole per dirlo.

Nella clinica, ciò che spesso porta un soggetto in analisi è proprio una perdita non simbolizzata. Si presenta come ansia, stanchezza, vuoto, irritabilità, blocco. Ma sotto, c’è spesso un lutto non fatto. Non si tratta di consolare né di spiegare, ma di dare voce a quella perdita. Di permettere al soggetto di attraversare il proprio modo singolare di separarsi da ciò che non è più, e di riconfigurare il proprio desiderio.


Un esempio clinico

Una paziente si presenta in terapia dopo un trasloco forzato, dovuto a un conflitto familiare. A prima vista, sembra una questione logistica. Ma emergono presto malinconia, insonnia, difficoltà a orientarsi. La perdita della casa si rivela essere perdita del luogo dell’infanzia, del legame con i genitori, del proprio senso di stabilità. Non c’è morte, ma c’è lutto. In analisi, questo evento attuale si collega ad altre perdite precedenti, mai davvero elaborate. Il lavoro analitico consente di nominare ciò che è stato perduto e di ritrovare un punto da cui desiderare.


Non tutto si elabora

La psicoanalisi non promette una guarigione completa. Non tutto si supera, non tutto si chiude. Alcune perdite lasciano un segno permanente. Ma anche ciò che non si può dire pienamente può essere inscritto in una nuova posizione soggettiva. Il lutto, allora, non è solo un dolore da attraversare: è anche un atto, un modo singolare di separarsi, di farsi soggetto della propria mancanza.

In un’epoca che tende a rimuovere il lutto, a sostituire in fretta ciò che si perde, la psicoanalisi offre uno spazio per fermarsi, ascoltare, e dare un senso a ciò che manca. Perché nel luogo della perdita può riemergere il desiderio.

Disabilità e famiglia

  

Quando la disabilità entra in famiglia

Quando in una famiglia entra in scena la disabilità di un figlio, nulla resta come prima. Si modificano gli equilibri, si attivano risorse ma anche fragilità. Il cosiddetto “trauma della diagnosi” non riguarda solo un dato clinico, ma l’interruzione del racconto immaginario che ogni genitore costruisce sul proprio figlio. L’ideale si incrina e può aprirsi uno spazio difficile ma anche generativo: quello dell’incontro con il figlio reale.


Attraversare un lutto simbolico

All’origine di questo processo c’è spesso un lutto silenzioso: quello per il figlio immaginato. Non si tratta di “accettare” in modo lineare, ma di trasformare nel profondo le attese e il proprio ruolo genitoriale. Solo attraversando questa perdita simbolica diventa possibile incontrare davvero il figlio, non più come proiezione, ma come soggetto altro da sé.


Il figlio come soggetto, non oggetto di cura

La persona con disabilità rischia spesso di essere vista come oggetto fragile da proteggere. Ma ogni soggetto, anche se non parla o non si adatta alle aspettative sociali, è portatore di una presenza unica, di segnali che chiedono ascolto. Questo ascolto può passare attraverso un gesto, un silenzio, un rifiuto. Riconoscerlo come soggetto significa lasciar emergere qualcosa di suo, anche se non corrisponde a ciò che si sperava.


La funzione della terza posizione

In molte famiglie, si crea una diade molto stretta tra madre e figlio con disabilità, mentre la figura paterna o una terza posizione simbolica resta sullo sfondo. Lacan chiama questa terza funzione Nome-del-Padre: una separazione che consente a madre e figlio di non essere tutto l’uno per l’altra. Senza questa differenziazione, il figlio rischia di diventare il completamento del desiderio genitoriale, e la disabilità può rinforzare questa dinamica.


Fratelli eccellenti, ma in silenzio

Accanto al figlio con disabilità, spesso ci sono fratelli “perfetti”: autonomi, maturi, responsabili. Ma dietro questa efficienza si nasconde a volte una rinuncia precoce a sé. Alcuni arrivano all’adolescenza o all’età adulta con sintomi depressivi o ritiri sociali. Solo riconoscendo il proprio diritto a esistere come soggetti, e non solo come risorse familiari, possono ritrovare uno spazio per sé.


L’enigma del soggetto e il rispetto del limite

Ogni soggetto ha una parte che sfugge, anche quando si parla di disabilità. Non tutto si può tradurre in bisogni o interventi. La psicoanalisi, con Lacan, ci invita a rispettare questo enigma: educare significa anche saper sostare nell’incertezza, senza voler spiegare tutto. È lì che può emergere il soggetto nella sua singolarità.


Una rete che accompagni senza invadere

La famiglia non deve essere lasciata sola, ma nemmeno sopraffatta da presenze che occupano tutto lo spazio. Le équipe educative e terapeutiche sono preziose se sostengono il legame, senza sostituirlo. Accompagnare vuol dire essere presenti, anche quando non ci sono risposte chiare. È da questa posizione che può nascere una possibilità nuova di vivere insieme, nella difficoltà ma anche nel desiderio.



Parafilie e perversione

Parafilia e perversione: una distinzione necessaria Il termine parafilia indica comportamenti sessuali atipici, cioè modalità di eccitazion...