giovedì 17 luglio 2025

I disturbi di personalità

  I disturbi di personalità sono modi di essere stabili e rigidi, che creano disagio a chi li vive e a chi è loro vicino. Il soggetto che ne soffre tende a non percepire il problema in sé, ma a viverlo come proveniente dall’esterno: le relazioni, il mondo, gli altri.

Secondo il DSM-5, si tratta di modelli duraturi e disfunzionali di esperienza e comportamento, che si manifestano fin dalla prima età adulta e provocano compromissione nel funzionamento sociale, lavorativo e affettivo.

Non si tratta di semplici tratti caratteriali, ma di configurazioni soggettive pervasive, che resistono al cambiamento e generano una sofferenza relazionale cronica.


🧩 Un quadro clinico variegato

Il DSM suddivide i disturbi di personalità in dieci categorie, raggruppate in tre cluster. Per chiarezza espositiva, possiamo sintetizzare i più rilevanti:

Borderline: instabilità dell’identità, delle relazioni e delle emozioni. Il soggetto oscilla tra idealizzazione e svalutazione, tra dipendenza e rottura, tra euforia e vuoto.

Narcisistico: bisogno di ammirazione, grandiosità, ma anche ipersensibilità al giudizio e vergogna non detta.

Paranoide: diffidenza costante, lettura persecutoria delle intenzioni altrui.

Evitante: ansia sociale intensa, timore del giudizio, evitamento delle relazioni intime.

Antisociale: inosservanza delle norme, disinibizione, uso dell’altro come mezzo.

Queste configurazioni sono descrittive ma non spiegano il perché soggettivo. Per farlo, è necessario andare oltre la classificazione.


🧠 Oltre le etichette: la struttura soggettiva

In psicoanalisi – soprattutto nell’orientamento lacaniano – non si lavora con disturbi, ma con strutture: nevrosi, psicosi, perversione.

Quello che il DSM chiama “disturbo borderline” può, ad esempio, corrispondere a:

una nevrosi grave, con angoscia di castrazione non simbolizzata;

una psicosi non scompensata (psicosi ordinaria), dove manca un ancoraggio simbolico (il Nome-del-Padre), ma esistono supplenze stabili (il corpo, l’Altro, l’amore);

oppure a una posizione che sfugge alle categorie cliniche classiche, ma in cui il discorso del soggetto può orientare il lavoro clinico.

In ogni caso, non si tratta di tipologie ma di logiche del funzionamento soggettivo:

Come si posiziona il soggetto rispetto al desiderio?

Che posto ha l’Altro nella sua economia psichica?

In che modo gestisce il godimento e la legge?


👤 Un esempio clinico

Una donna giovane arriva in consultazione dopo l’ennesima rottura affettiva. Alterna momenti di seduzione e idealizzazione a improvvise crisi di rabbia e chiusura. Si descrive come “sempre tradita” ma anche “distruttiva”, teme l’abbandono ma spinge l’altro ad andarsene. Usa il corpo come superficie di sfogo (autolesioni, tatuaggi compulsivi), si sente vuota, ma rifiuta ogni inquadramento psichiatrico.

In ottica DSM: disturbo borderline di personalità.

In ottica lacaniana: assenza di un riferimento simbolico stabile, immersione in un godimento non mediato, oscillazione continua tra domanda e attacco.

Il lavoro analitico si fonda sulla possibilità che qualcosa del desiderio emerga, al di là delle richieste e delle identificazioni fittizie.


🔍 Diagnosi differenziale: non solo tratti

Molti tratti “paranoidi”, “narcisistici” o “evitanti” possono appartenere a strutture diverse:

Il paranoide può essere un ossessivo (nevrotico) o un psicotico (con delirio compensato).

Il narcisista può avere struttura isterica, con il desiderio regolato dallo sguardo dell’Altro.

L’evitante può essere nevrotico fobico, oppure un soggetto che tenta di limitare l’eccesso del godimento psichico.

La differenza non è nei comportamenti, ma nella logica del discorso, nel posto che ha la legge, e nella posizione rispetto alla castrazione.


🧭 Il trattamento: sostenere una posizione soggettiva

Con i soggetti “di personalità”, il lavoro non consiste nel correggere il comportamento, ma nel favorire un passaggio dalla ripetizione alla parola.

Ciò implica:

ascoltare ciò che si ripete senza cercare di correggerlo subito;

non imporsi come Altro che sa, ma costruire un transfert che tenga;

consentire l’emergere del desiderio, anche là dove il soggetto sembra perso nel godimento o nella difesa paranoica.


📍 Conclusione

I disturbi di personalità ci mostrano forme diverse della difficoltà a stabilire un legame simbolico stabile. Sono tentativi soggettivi – spesso disperati – di tenersi insieme, difendersi, esistere.

L’approccio psicoanalitico non cancella la diagnosi, ma la attraversa, cercando di restituire dignità alla sofferenza e possibilità al soggetto. Anche ciò che appare carattere può diventare tratto singolare, se attraversato dalla parola.





Adolescenza

  

Uno sguardo psicoanalitico

L’adolescenza è un momento complesso e delicato della vita, in cui il corpo, la mente e le relazioni si trasformano profondamente. Non è solo una “fase da superare”, ma un vero e proprio evento soggettivo: l’adolescente cerca un nuovo modo di stare nel mondo e di costruire la propria identità.


Il corpo che cambia e il “reale” della pubertà

Con la pubertà, il corpo si modifica rapidamente e in modo spesso destabilizzante. Lacan parla dell’“evento reale della pubertà”: un cambiamento che arriva senza preavviso e rompe l’equilibrio precedente. Il corpo comincia a vivere un godimento nuovo, difficile da comprendere e da nominare.

Questa trasformazione può generare ansia, vergogna, chiusura o esibizionismo. Sono tentativi di affrontare un reale che sfugge al controllo e alla parola.


La crisi dei legami simbolici

Con l’adolescenza, si modificano i rapporti con i genitori e le figure d’autorità. Il giovane non vuole più essere definito solo dal ruolo di “figlio” o “studente”, ma cerca nuovi riferimenti, come amici, ideali o gruppi di appartenenza.

Questa ricerca può essere confusa e incerta. Quando manca un significante forte che orienti il soggetto, possono emergere vuoto, angoscia o sintomi.

Il terapeuta non sostituisce questi riferimenti, ma crea uno spazio dove l’adolescente può cominciare a trovare la propria voce.


Il sintomo come messaggio

In adolescenza possono comparire sintomi come ansia, ritiro sociale, autolesionismo o disturbi alimentari. Invece di cercare subito di eliminarli, la psicoanalisi invita ad ascoltarli.

Ogni sintomo ha una funzione soggettiva: può proteggere, dire no o esprimere un conflitto interno. Accoglierlo senza giudizio permette al soggetto di trasformarlo o sostituirlo con forme più vivibili.


Un esempio: il silenzio che parla

Una ragazza adolescente viene portata in consultazione per un progressivo isolamento: non parla quasi più, ha smesso di andare a scuola e passa molto tempo da sola. I familiari sono preoccupati e chiedono aiuto per “farla tornare com’era prima”.

Nei primi incontri, la ragazza resta in silenzio, evita lo sguardo, ma non rifiuta la presenza del terapeuta. Quest’ultimo non forza la parola, ma rispetta i suoi tempi.

Col tempo, emergono piccoli segnali: scritti, frammenti di pensiero, domande accennate. La ragazza racconta di sentirsi “invisibile e troppo vista”, di non riconoscersi nel ruolo che gli altri le attribuiscono.

Il silenzio diventa allora una forma di difesa, ma anche di affermazione di sé contro un’identità imposta. In terapia, si trasforma lentamente in parola e creatività.

La ragazza non torna “quella di prima”, ma comincia a prendersi uno spazio proprio, a dire qualcosa di sé.


Il ruolo del terapeuta: presenza e ascolto

In psicoanalisi, il terapeuta non dà risposte immediate né corregge comportamenti. Offre uno spazio di ascolto e accoglienza, dove il soggetto può emergere senza pressioni.

La pazienza e la discrezione sono essenziali: rispettare il tempo soggettivo permette alla parola di nascere.


Una clinica del rispetto e della soggettivazione

La clinica dell’adolescenza non mira a conformare il giovane a una norma, ma a sostenerlo nella costruzione della propria soggettività.

È una pratica etica, che rispetta il desiderio fragile e la ricerca individuale.


Cosa ci muove davvero? L'orientamento motivazionale nell’orientamento lacaniano

Motivazione e desiderio: uno sguardo psicoanalitico

Quando pensiamo alla motivazione, la immaginiamo spesso come una forza interna che ci spinge verso un obiettivo: studiare, lavorare, migliorare noi stessi, prenderci cura degli altri. Ma la psicoanalisi – in particolare quella di Jacques Lacan – ci invita a guardare oltre: da dove nasce davvero questa spinta? Cosa muove profondamente il nostro agire?

Per la psicoanalisi, non siamo guidati solo da bisogni coscienti – come avere successo o sentirci realizzati – ma da qualcosa di più radicale: una mancanza strutturale. Non si tratta di un oggetto preciso che manca, ma di una condizione costitutiva dell’essere umano come soggetto parlante. Proprio questa mancanza origina il desiderio, che – a differenza del bisogno – non si colma mai del tutto.

Il desiderio non nasce in solitudine: si struttura sempre in relazione all’Altro – inteso non solo come l’altro significativo (genitori, insegnanti…), ma come l’insieme delle aspettative, dei valori, delle richieste simboliche che ci circondano. Fin da piccoli, impariamo a desiderare attraverso lo sguardo dell’Altro: cosa è apprezzato? Cosa rende degni d’amore? Cosa ci si aspetta da noi per “valere”?

È in questo senso che Lacan afferma: “il desiderio è il desiderio dell’Altro”. Non desideriamo solo oggetti, ma desideriamo essere desiderati. La motivazione, allora, non è una semplice energia interna, ma un modo in cui il soggetto cerca di rispondere a ciò che pensa l’Altro voglia da lui.


Il significante padrone e l’ideale interiorizzato

Lacan introduce il concetto di significante padrone (S1): una parola, un’idea, un’identità che assume un valore dominante nella nostra storia e organizza il modo in cui ci rappresentiamo. Può essere “intelligente”, “bravo”, “fallito”, “utile”, “generoso”… Questo significante guida inconsciamente la nostra motivazione, ma può anche intrappolarci, legandoci a un ideale che non ci appartiene davvero.

Così, quello che crediamo “nostro desiderio” può in realtà essere una risposta automatica a un dovere interiorizzato, a una richiesta implicita che vogliamo soddisfare per non deludere, per sentirci all’altezza, per non perdere l’amore.


Una clinica del desiderio

Il lavoro psicoanalitico non mira a “potenziare” la motivazione, come accade in certi approcci orientati alla performance. Piuttosto, si tratta di riconoscere da dove viene ciò che vogliamo, distinguendo tra il desiderio proprio e quello imposto. Questo avviene nel transfert, cioè nella relazione con l’analista, dove il soggetto ripropone inconsapevolmente i suoi modi abituali di stare nel legame.

Un esempio: una giovane entra in analisi dopo aver lasciato l’università. Dice di sentirsi priva di motivazione. Ma nel tempo emerge che ha vissuto sotto un forte ideale paterno di eccellenza. Il suo “blocco” non è assenza di desiderio, ma un modo per sottrarsi a un’identità non scelta. Solo quando riconosce questa dinamica può iniziare a fare spazio a scelte più autentiche.

Per la psicoanalisi, l’orientamento motivazionale non si riduce alla volontà di raggiungere un fine, ma riguarda il modo in cui il desiderio prende forma nel soggetto, nel suo rapporto con l’Altro. Riconoscere questa origine consente di non esserne schiavi. È lì che nasce la possibilità di desiderare davvero.




DSA e psicoanalisi: quando l’errore parla

 

Nel Seminario XXIII, Jacques Lacan introduce il termine sinthomo: non un sintomo da "curare", ma un modo unico, personale, con cui ciascuno riesce a tenere insieme il proprio rapporto con il corpo, con il linguaggio e con ciò che ci dà piacere o fastidio. È qualcosa che tiene in equilibrio, più che un problema da eliminare.

Con questo sguardo, anche i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) – come dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia – possono essere letti non solo come difficoltà cognitive, ma come modalità soggettive, spesso inconsce, con cui un bambino si relaziona al sapere, alla scuola e al mondo degli adulti.

Come scrive Luisella Brusa in I disturbi dell’Apprendimento (Quodlibet, 2024), è importante spostarsi da un’idea di intervento correttivo verso una clinica del riconoscimento: riconoscere il bambino come soggetto, con un modo tutto suo di stare al mondo e imparare.


Dislessia: leggere è anche sottomettersi?

A volte la lentezza o gli errori nella lettura non nascondono solo difficoltà tecniche, ma una forma di resistenza. Per alcuni bambini, leggere correttamente può sembrare come ubbidire troppo a un sapere vissuto come opprimente. Gli errori diventano allora un modo per dire: “Io non mi piego”.


Disortografia: l’errore come segnale

Molti bambini conoscono le regole dell’ortografia, ma continuano a sbagliarle. L’errore, allora, sembra quasi una firma personale, un modo per affermare sé stessi. Soprattutto in famiglie molto esigenti o dove ci si sente sempre in confronto con fratelli “perfetti”, scrivere “sbagliando” può diventare un modo per dire: “Io sono diverso, non sarò come voi volete”.


Disgrafia: quando il corpo non vuole scrivere

Scrivere non è solo un gesto tecnico: è lasciare che il proprio corpo si lasci attraversare dal linguaggio. Quando la mano si blocca, il tratto è incerto o spezzato, può esserci una resistenza più profonda. Il corpo si oppone, come se scrivere significasse lasciar andare qualcosa a cui si è troppo legati.


Discalculia: il numero fa paura?

In psicoanalisi, il numero è spesso legato alla Legge, alla regola, alla separazione. Alcuni bambini rifiutano il calcolo, le tabelline, senza vere difficoltà cognitive. In alcuni casi, il numero viene vissuto come un segnale di distacco, in famiglie dove il legame con la madre è molto stretto. Il numero, allora, spaventa perché separare fa male.


Conclusione: ascoltare, non correggere

Guardare ai DSA con occhi psicoanalitici significa non ridurli a difetti da correggere, ma riconoscerli come risposte soggettive. La psicoanalisi non impone una normalità, ma cerca di accompagnare il bambino a trovare un modo tutto suo, sostenibile, di stare in rapporto con il sapere.

Il disturbo, allora, non è un ostacolo da superare a tutti i costi, ma un punto di partenza. È lì che qualcosa si dice. È lì che si affaccia un desiderio.


Per chi vuole approfondire:

  • J. Lacan, Seminario XXIIIIl sinthomo, Einaudi
  • L. Brusa, I disturbi dell’Apprendimento, Quodlibet.                 

  • ✨ Ogni “errore” può essere la traccia di un bambino che cerca la propria voce.

Rapporto genitori-figli


1. La famiglia oggi: uno spazio fragile

Oggi la famiglia è uno dei luoghi in cui più si manifestano segnali di disagio nei bambini e negli adolescenti. Crisi d’ansia, isolamento, scoppi di rabbia, difficoltà a crescere: tutto questo accade spesso dentro le mura domestiche, dove i ruoli sono cambiati e i confini sono meno chiari. Non si tratta solo di problemi educativi, ma di qualcosa che ha a che fare con i legami più profondi.

La psicoanalisi, in particolare quella ispirata a Jacques Lacan, ci offre strumenti per comprendere questo disagio. Ci invita a guardare non tanto ai comportamenti, ma al posto che ogni membro occupa nel legame familiare, al modo in cui si trasmette il desiderio e si gestisce la separazione.


2. Quando il padre non introduce più un limite

Lacan parlava della funzione paterna non come semplice presenza fisica del padre, ma come capacità di introdurre la legge, dire dei “no”, separare. Oggi, questa funzione è spesso in crisi. Il padre può essere presente, ma non prende posizione. La madre allora occupa tutto lo spazio, anche parlando “al posto del padre”. Il figlio rischia di rimanere intrappolato in una relazione troppo stretta, da cui non riesce a separarsi.

🧩 Esempio: un padre che non interviene mai, lascia tutto alla madre. Il figlio diventa il centro della sua attenzione, ma anche del suo bisogno. Questo può impedire al figlio di costruirsi come soggetto autonomo.


3. La madre desiderante e la madre “tutta”

Secondo Lacan, una madre desiderante ama il figlio, ma gli lascia spazio per crescere e separarsi. Al contrario, una madre “tutta” si fonde con il figlio, lo trattiene, gode della relazione simbiotica. Questo può portare a sintomi: ansia, ritiro, opposizione, blocchi evolutivi.

🧩 Esempio: un adolescente che non riesce a uscire di casa, a frequentare amici o a progettare il futuro, vive ancora dentro un legame che non si è mai spezzato.


4. Non conta la forma, ma la funzione

Le famiglie oggi sono molto diverse: coppie separate, famiglie ricostituite, genitori dello stesso sesso. Ma ciò che conta non è la forma della famiglia, bensì le funzioni simboliche che vengono svolte. Un bambino ha bisogno di qualcuno che introduca il limite, sostenga la frustrazione, permetta la separazione.

🧩 Esempio: in una coppia omogenitoriale, se uno dei due genitori sa dire dei “no”, sa lasciare spazio e tollerare l’assenza, allora quella funzione è garantita, e il figlio può crescere bene.


5. Il “padre che gode” e la confusione

Quando manca la funzione paterna simbolica, può emergere un padre reale: assente, seduttivo, autoritario o troppo amico. Lacan lo chiamava “padre che gode”: colui che mette in scena il proprio desiderio senza limite, che vuole essere amato, che compete col figlio.

🧩 Esempio: padri che fanno a gara con i figli adolescenti, che vogliono essere complici o simpatici, più che guida e riferimento. Questo può generare angoscia e disorientamento nei figli.


6. Cosa vediamo nei servizi educativi

Molti educatori e operatori che lavorano con bambini e ragazzi riportano situazioni in cui i giovani:

  • non accettano regole ma sembrano cercarle;
  • esplodono in crisi o si ritirano;
  • si attaccano agli adulti nei servizi come se cercassero un “vero” genitore.

🧩 Esempio: nei centri per minori, ci sono ragazzi che provocano, sfidano, mettono alla prova. È come se cercassero qualcuno capace di reggere, di contenere, di dare un segnale stabile.


✅ Conclusione: una presenza che separa

Ciò che davvero conta nella crescita di un figlio non è solo l’amore o la dedizione. Serve anche una presenza capace di separare, di introdurre la mancanza, di dire dei “no”. Una presenza che non si sostituisce al figlio, ma lo accompagna lasciandogli spazio.

La psicoanalisi ci ricorda che non è la quantità di tempo che un genitore passa con il figlio a fare la differenza, ma la qualità del legame: saper desiderare il figlio, ma anche lasciarlo andare.


📚 Per approfondire

  • Jacques Lacan, Il rovescio della psicoanalisi (Seminario XVII)
  • Jacques Lacan, Encore (Seminario XX)
  • Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco, Le mani della madre
  • J.-A. Miller, Il posto dell’insegnamento di Lacan nella storia della psicoanalisi


Per capire davvero cosa succede oggi nelle famiglie, bisogna ascoltare i legami, i desideri, e soprattutto il posto lasciato alla parola e alla separazione.




Crisi nel rapporto di coppia


1. La coppia come legame simbolico
Il rapporto di coppia è molto più di un semplice legame affettivo o fisico: è una relazione costruita nel linguaggio e nel simbolico. Jacques Lacan ci ricorda che «l’amore è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole» — una frase che sintetizza bene la complessità del desiderio nella coppia. L’amore e il sesso non coincidono pienamente, perché il desiderio, fondato sulla mancanza, è sempre sfuggente e si articola in una dinamica di dare e ricevere che non si esaurisce mai.

2. Il desiderio e la sua natura complessa
Per Lacan, il desiderio non è un bisogno immediatamente soddisfacibile, ma una mancanza strutturale che spinge il soggetto a cercare nell’Altro ciò che non ha. Nella coppia, ciascuno desidera l’altro ma, proprio perché il desiderio è fondato sulla mancanza, non può mai essere completamente colmato. Questa dinamica spiega perché, anche nelle relazioni più solide, possono nascere insicurezze e momenti di crisi, dovuti al continuo spostarsi del desiderio.

3. Quando scoppia la crisi
La crisi si manifesta quando il linguaggio – cioè la parola che dovrebbe mediare tra i desideri e le aspettative – si fa ambiguo o si interrompe. Le incomprensioni si moltiplicano e diventa difficile trovare un terreno comune. Lacan sottolinea che in questi momenti si rivela un “vuoto simbolico”: il legame non riesce più a reggersi su un sistema condiviso di significati. È in queste rotture che emergono i conflitti inconsci che spesso restano nascosti nella vita quotidiana.

4. Scegliere tra restare o separarsi
La decisione di continuare insieme o di separarsi non è mai solo razionale. Lacan parla di «significante padrone» per indicare quel nucleo di parole e valori che guida le scelte di un soggetto e struttura la sua identità. Ogni scelta è quindi un gesto soggettivo che definisce il rapporto con se stessi e con l’Altro. La separazione può allora diventare una scelta consapevole, non una sconfitta, ma un momento di rinnovamento.

5. La crisi come occasione di crescita
Nonostante il dolore, la crisi può aprire la strada a una trasformazione profonda. Essa invita a mettere in discussione vecchi schemi, a esplorare desideri nascosti e a costruire nuove forme di relazione. Guardare la crisi come un’occasione e non solo come un ostacolo permette di aprirsi a nuove possibilità, dentro e fuori dalla coppia.

6. Il ruolo della parola
La parola è lo strumento che permette di ripristinare il legame simbolico quando sembra perduto. Riprendere la comunicazione, senza giudizio e con ascolto, consente di rimettere in moto il dialogo e di dare forma al desiderio, rendendo possibile una nuova comprensione reciproca.

In sintesi, la crisi di coppia è un momento complesso che coinvolge desiderio, linguaggio e simbolico. La famosa frase di Lacan «l’amore è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole» ci ricorda come il desiderio sia sempre una tensione e come la parola possa aprire la via per ritrovare senso e trasformazione nel legame.










mercoledì 16 luglio 2025

Dio è inconscio. Perché l’ateismo non basta

 



«La vera questione dell’ateismo è che Dio è inconscio»
— Jacques Lacan, Seminario XX – Encore (1972–1973)

 

Lacan non ha mai smesso di sorprenderci con le sue formule taglienti e provocatorie. Ma tra tutte, una spicca per la sua potenza teorica e simbolica:


«La vera questione dell’ateismo è che Dio è inconscio».


Una frase che rovescia la prospettiva razionalista del moderno “non credente” e ci invita a pensare in modo diverso il rapporto tra soggetto, fede e linguaggio.

L’inconscio non è ateo

Per Lacan, Dio non è un oggetto di fede, ma un significante. Non qualcosa da credere o negare, ma una funzione simbolica: il nome dell’Altro assoluto, del punto da cui proviene la Legge, il senso, la colpa, il desiderio stesso.
Quando dice che Dio è inconscio, Lacan non intende che Dio si nasconde in qualche angolo della psiche, ma che la funzione di Dio opera nella struttura del linguaggio stesso, là dove prende forma l’inconscio.

Freud aveva già mostrato che la religione nasce da bisogni profondi: la protezione, la colpa, il bisogno di un Padre. Ma Lacan va oltre: anche se ci si dichiara atei, il “posto di Dio” può continuare a strutturare il nostro rapporto con l’ideale, con la Legge, con il godimento.


Anche l’ateo ha un Dio

Il soggetto che dice “non credo” non è per questo liberato dalla funzione che Dio occupava nel proprio discorso.
Anzi: se non ha elaborato quel significante, Dio può ritornare sotto altre forme.
Può diventare Scienza assoluta, Ideale morale, Mercato, Nazione, Progresso, Successo.
L’ateo non è immune dal sacro. Lo ha solo spostato.

In questo senso, l’ateismo ingenuo è una rimozione, non una liberazione. È il rischio di non sapere più come e dove Dio agisce dentro di sé, nel proprio modo di desiderare, obbedire, colpevolizzarsi.
Un ateismo che non attraversa l’inconscio può essere più dogmatico di molte fedi.


La traversata del significante “Dio”

Lacan non ci chiede di credere in Dio. Ci invita a trattare il significante “Dio” come un sintomo, qualcosa che ha strutturato il soggetto e che merita ascolto, non negazione.
L’unica forma di “ateismo” autentico, in questa prospettiva, è un’elaborazione soggettiva della funzione di Dio nell’inconscio.
Un lavoro che passa per il riconoscimento di come abbiamo ricevuto la Legge, di cosa ci comanda da dentro, di come immaginiamo il nostro giudice, la colpa, la redenzione.

L’ateismo non è dire “Dio non esiste”, ma interrogare il luogo da cui Dio parlava. Solo così si può disattivare il potere assoluto di quel significante.


Il posto vuoto

Forse, in fondo, l’ateismo radicale è impossibile.
Perché esiste sempre, nella struttura del soggetto, un posto per Dio. Anche solo come vuoto.
E questo vuoto — che può chiamarsi mancanza, Legge, Altro, Nome-del-Padre — non è qualcosa da colmare, ma da abitare consapevolmente.

L’etica che ne deriva non è quella del credente né quella del razionalista, ma di chi sa che non c’è garanzia.
Che il senso non è dato.
Che l’Altro non esiste, ma ci parla lo stesso.
E che Dio, anche rimosso, lascia tracce nel modo in cui parliamo, godiamo, desideriamo.


Conclusione

“La vera questione dell’ateismo è che Dio è inconscio” non è una formula mistica, ma una diagnosi strutturale.
Non si può semplicemente liberarsi di Dio, come non ci si libera del desiderio o del linguaggio.
Ci si può solo interrogare:

  • Quale posto occupa Dio nella mia storia?
  • In che forma parla ancora in me?
  • Quali nomi lo hanno sostituito?

In questa traversata, non c’è verità assoluta, ma un soggetto che si responsabilizza del proprio rapporto con l’Altro, anche quando l’Altro è silenzioso.


lunedì 14 luglio 2025

L'Isteria oggi: quando il sintomo interroga il desiderio

 

L’isteria non è scomparsa con le donne in crinolina dell’Ottocento. Non è nemmeno una “malattia di genere”, come certi luoghi comuni ancora suggeriscono. L’isteria, nel linguaggio della psicoanalisi, è una struttura soggettiva, un modo specifico di stare nel mondo, di soffrire e di cercare una verità su di sé… chiedendola all’Altro.

Che cos’è oggi l’isteria?

L’isterico contemporaneo non arriva più in seduta con paralisi isteriche o svenimenti. Piuttosto, si presenta con sintomi somatici fluttuanti, crisi d’ansia, sensazioni di vuoto, bisogno costante di approvazione, oppure con un'identità che cambia di continuo. Ma dietro tutto questo, c’è sempre una domanda implicita: “Chi sono per te?”.

È una domanda rivolta all’Altro – che sia il partner, un genitore, un capo, o anche il terapeuta. Il soggetto isterico si mette al posto dell’oggetto del desiderio dell’Altro, vuole piacere, vuole essere riconosciuto… ma senza mai identificarsi completamente con quel posto. C’è sempre una scissione, una tensione, una sfida.

Due esempi clinici

  • Donna, 27 anni, cambia spesso lavoro, relazioni, città. Ha dolori cronici senza cause mediche evidenti. Dice: “Non so mai cosa voglio davvero”. Ogni cambiamento è una nuova scena in cui spera di trovare finalmente la “risposta” a chi è.

  • Uomo, 42 anni, ha attacchi di panico e si sente sempre sotto pressione: “Devo essere perfetto per non essere abbandonato”. Vive nell’ansia di deludere, ma anche nel rancore di non essere mai davvero visto.

In entrambi i casi, il sintomo funziona come un messaggio cifrato: qualcosa che non riesce a essere detto in parole, ma che si scrive nel corpo o nel comportamento.

La posta in gioco: il desiderio

Nel percorso analitico, l’obiettivo non è “aggiustare” il sintomo o trovare una definizione stabile di sé. Al contrario, si tratta di riconoscere quel vuoto strutturale che abita ogni soggetto, quel punto dove non sappiamo chi siamo – e da lì, dare voce al proprio desiderio.

Per Lacan, l’isteria ha un merito enorme: ha inventato la psicoanalisi, proprio perché ha osato porre all’Altro (medico, scienziato, uomo…) la domanda: “Tu che dici che sai, che ne fai del mio corpo e del mio enigma?”

In conclusione

L’isteria contemporanea non è un disturbo da diagnosticare e contenere. È un modo — a volte doloroso, ma vitale — di mantenere aperta la domanda sul desiderio, su chi siamo per l’Altro, e su chi potremmo essere per noi stessi. Non chiede una risposta definitiva, ma uno spazio dove quella domanda possa finalmente respirare.


giovedì 10 luglio 2025

🌍 Crisi globale: economia, guerra e godimento. Lettura della disgregazione contemporanea


1. Crisi multipla: economia, desiderio, governance

  • Per Marx, la crisi è interna al capitale stesso, che produce contraddizioni tra valore d’uso e accumulazione di plusvalore.
  • Per Keynes, la crisi è fallimento del coordinamento tra investimento, consumo e aspettative: quando nessun attore prende l’iniziativa, il sistema collassa.
  • Per Lacan, il discorso capitalista produce un godimento senza mancanza, dove l’Altro simbolico è espulso e il soggetto funziona come ingranaggio.

Insieme, questi tre sguardi ci mostrano un mondo in cui:

  • il capitale cerca solo accumulazione,
  • lo Stato ha rinunciato a ogni funzione anticiclica e coordinativa,
  • il soggetto è sottomesso al godimento cieco.


2. La guerra come manifestazione catastrofica delle contraddizioni

Le guerre in Ucraina e Gaza non sono solo eventi politici o geopolitici: sono la manifestazione catastrofica delle contraddizioni sistemiche.

  • Per Marx, la guerra è spesso una "valvola di sfogo" per il capitale in crisi, un modo per distruggere capitale e forza lavoro in eccesso, e rilanciare cicli di accumulazione.
  • Per Keynes, la guerra esplode quando fallisce il coordinamento economico tra Stati, e l’investimento pubblico viene sostituito dalla corsa agli armamenti e dalla logica del panico.
  • Per Lacan, la guerra rappresenta il ritorno del reale in forma cruda: quando la parola viene espulsa, resta solo il godimento dell’annientamento.

L’assenza di un Altro simbolico condiviso – sia esso la diplomazia, il diritto internazionale, o la cooperazione economica – lascia spazio a identità paranoiche, fantasie di purezza, potere senza legittimità.

Le guerre contemporanee sono dunque il luogo in cui convergono:

  • la crisi della rappresentanza,
  • la crisi del capitale,
  • la crisi del senso.

Sono, a tutti gli effetti, il punto di rottura del legame globale.


3. Disordine geopolitico: dal mercato mondiale a zone di godimento

Keynes sognava un mondo coordinato attraverso istituzioni multilaterali (FMI, Banca Mondiale) e bilanciamenti commerciali (Bretton Woods). Oggi, invece, assistiamo a:

Zona Logica dominante Sintomo
USA Politica monetaria + dazi Ritorno al protezionismo competitivo
Cina Investimento statale strategico Capitalismo guidato ma opaco
UE Austerità e paralisi Frammentazione interna
Russia Comando verticale Guerra come strumento di coesione
Israele Ethno-capitalismo militarizzato Guerra permanente
Sud globale Dipendenza e shock esterni Reazioni a catena di instabilità

Marx direbbe: è la crisi terminale del mercato mondiale. Keynes: è la rottura della fiducia sistemica. Lacan: è il godimento che rifiuta l’Altro.


4. Il fallimento dell’intervento pubblico

Un punto decisivo in ottica keynesiana è che gli Stati, dopo la crisi del 2008, hanno:

  • salvato le banche, ma non riformato i meccanismi del profitto;
  • stampato moneta, ma non investito in infrastrutture o redistribuzione;
  • alimentato la speculazione, ma non riattivato la domanda interna in modo duraturo.

Ciò ha alimentato:

  • l’accumulazione di debito pubblico senza contropartita produttiva,
  • il ritorno delle élite finanziarie come nuovi padroni,
  • l’inflazione come conflitto redistributivo irrisolto.

In ottica lacaniana, lo Stato non è più garante dell’Altro, ma funziona come S1 amministrativo, gestore di algoritmi, incapace di produrre legame.


5. Antigone e il rifiuto del “funzionamento senza soggetto”

In un mondo in cui:

  • il capitalismo si auto-riproduce senza limiti,
  • il discorso sociale è strutturato sull'eccitazione e sul controllo,
  • lo Stato abdica alla sua funzione regolativa,

Antigone diventa figura politica fondamentale: non è nostalgia dell’ordine, ma testimonianza di un’etica del limite.

In termini keynesiani:

  • serve una nuova volontà collettiva che rompa l’equilibrio perverso tra rendita e miseria, tra algoritmo e guerra.

In termini lacaniani:

  • serve una riapertura del desiderio, che rimetta la mancanza al centro del legame.


Conclusione: senza mancanza, senza progetto

Per Marx, la crisi viene dal profitto cieco. Per Keynes, dal fallimento della fiducia e dell’intervento pubblico. Per Lacan, dalla cancellazione della mancanza e dell’Altro.

Oggi, le tre crisi coincidono:

  • crisi economica (disuguaglianze, inflazione, debito),
  • crisi politica (guerre, nazionalismi, ritorno del comando),
  • crisi simbolica (assenza di desiderio, saturazione del godimento).

In assenza di soggetti che manchino, progettino, coordinino e parlino, il mondo si disgrega tra comando militare e funzionamento algoritmico.

La posta in gioco non è solo il PIL, ma la possibilità stessa del legame umano e politico.


📚 Bibliografia essenziale

  • Karl Marx, Il Capitale, vol. I-III
  • John M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936
  • Jacques Lacan, Il seminario. Libro XVII: Il rovescio della psicoanalisi, 1969-70
  • Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato, 2013
  • Nancy Fraser, Capitalismo cannibale, 2022
  • Alain Badiou, La vera vita, 2016
  • Slavoj Žižek, Il coraggio della disperazione, 2017
  • Christian Marazzi, Capitale e Linguaggio 


mercoledì 9 luglio 2025

Leader e Formazioni Politiche


Introduzione

La relazione tra leader e massa è un nodo centrale per comprendere le dinamiche politiche contemporanee. Fin da Freud (Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1921), la psicoanalisi ha messo in luce come il leader operi come figura d’identificazione primaria, capace di organizzare il desiderio e canalizzare l’investimento libidico collettivo.

Con Lacan, e in particolare con la teoria dei quattro discorsi (Il rovescio della psicoanalisi, 1969-70), il leader appare non tanto come individuo carismatico, ma come funzione simbolica, un punto di sutura che tiene insieme un legame sociale. Ogni tipo di leadership si può così leggere in relazione a una struttura psichica, a un discorso dominante, e a una particolare modalità con cui la massa si organizza attorno a essa.


Tipi di Leadership, Strutture Psichiche e Legame Sociale

Tipo di leadership Struttura psichica del leader Discorso dominante Struttura della massa Esempi
Perversa Perversa Discorso del Padrone Complicità feticistica, godimento trasgressivo Hitler, Mussolini, Trump, tratti in Putin
Paranoide Paranoide Padrone / Universitario Identificazione persecutoria, coesione nell’odio Stalin, Netanyahu (in parte), Putin
Isterica Isterica Discorso dell’Isterica Idealizzazione, domanda etica incessante Zelensky, Greta Thunberg, leader progressisti UE
Ossessiva Ossessiva Universitario / Padrone Adesione razionale, controllo difensivo De Gaulle, Cavour, Draghi
Generativa Simbolicamente situata Padrone pluralizzato / Analista Simbolizzazione condivisa, cooperazione orizzontale Gandhi, M.L. King, Allende, Spinelli, Delors
Analitica Funzione di causa (liminare) Discorso dell’Analista Soggettivazione, apertura del desiderio Leader decentrati, assemblearismo radicale


Leader perversi: la legge come godimento

Le leadership perverse, come quelle di Hitler e Mussolini, si fondano su un godimento autoritario: la Legge non è simbolica ma volontà personale del leader. Le masse non vi si oppongono, ma vi aderiscono in modo feticistico, trovando godimento nell’obbedienza e nella sottomissione. Il leader perverso si offre come oggetto causa del godimento collettivo, convertendo il desiderio in fedeltà cieca.

Donald Trump rappresenta una versione postmoderna di questa struttura: la sua leadership non si fonda su coerenza o verità, ma sulla capacità di mobilitare un godimento trasgressivo, fondato sulla rottura con il politicamente corretto, sull’oscenità comunicativa e sull’identificazione narcisistica. Trump non governa: seduce, provoca, incarna il desiderio del "dire ciò che nessuno osa dire". La sua parola è feticcio, non messaggio.

Nelle masse che lo seguono si attiva un godimento condiviso: il piacere di vedere infranta la Legge simbolica delle élite, delle istituzioni, della civiltà liberale. Il suo potere non si basa sulla verità ma sulla performatività: è vero perché è stato detto da lui.


Leader paranoidi: il nemico come collante

La leadership paranoide costruisce il legame sociale attorno a una minaccia: il Nemico è l’elemento coesivo. Il leader paranoide – come Stalin, o in parte Netanyahu – organizza la massa in funzione difensiva, trasformando l’angoscia in identificazione persecutoria.

Putin fonde questa modalità con elementi perversi: da un lato costruisce un’identità nazionale attraverso la minaccia esterna (NATO, Occidente, dissidenti), dall’altro si pone come figura intoccabile, che incarna la Legge come potere assoluto. La sua leadership è fredda, autoritaria, impermeabile alla domanda.


Leader isterici e ossessivi: la domanda e la norma

Il leader isterico, come Zelensky o Greta Thunberg, si rivolge all’Altro con una domanda etica incessante: perché questo mondo è così ingiusto? Non propone risposte, ma attiva movimenti, sollecita, inquieta. Questo stile può mobilitare grandi energie, ma tende anche all’instabilità, perché non si fonda su una simbolizzazione forte ma su una tensione.

Il leader ossessivo, al contrario, cerca ordine e coerenza. Agisce a partire da un principio normativo o tecnico. È il caso di De Gaulle, Cavour, e – in forma tecnocratica – di Mario Draghi, che incarna una leadership razionale, controllata, difensiva. La massa si identifica con la solidità, con la promessa di un sapere esperto, spesso depoliticizzato.


Leader generativi e analitici: simbolo e desiderio

La leadership generativa produce simbolizzazione. Non impone, ma orienta. Leader come Gandhi, Martin Luther King o Salvador Allende non si pongono come padroni, ma come figure situate simbolicamente, capaci di dare forma al desiderio collettivo. In Europa, solo parzialmente alcune figure come Altiero Spinelli o Jacques Delors hanno incarnato questo stile, promuovendo un’Europa come progetto etico e politico condiviso.

La leadership analitica, infine, è rara. Non si presenta come guida, ma come funzione che causa desiderio. Il leader analitico non occupa il posto del sapere né quello del godimento, ma apre lo spazio della parola, della soggettivazione. Alcune esperienze assembleari, movimenti orizzontali, forme di militanza senza leader, possono essere lette in questa prospettiva.


Leadership europea: crisi simbolica e ricerca di senso

La leadership europea attuale si presenta come frammentata, oscillante, spesso simbolicamente povera. Alcuni leader (Draghi, Scholz) adottano un tono ossessivo-tecnocratico; altri (Macron) oscillano tra isteria e decisionismo padronale. Le forze progressiste, quando esistono, parlano con registro isterico, ma faticano a proporre un significante unificante.

In questo contesto, l’Europa appare più come apparato amministrativo che come luogo desiderabile. Manca una leadership generativa, capace di parlare al desiderio e non solo al bisogno. Manca un significante condiviso che nomini il legame. Dove non c’è simbolizzazione, il potere torna a oscillare tra burocrazia e populismo.


Conclusione: verso una nuova funzione del leader?

In un’epoca segnata dalla crisi della rappresentanza, dal ritorno del godimento autoritario e dalla scomposizione del legame sociale, ripensare la funzione del leader significa interrogare ciò che tiene insieme una collettività.

Non si tratta di scegliere tra carisma o competenza, ma di interrogare il luogo simbolico del leader: è ancora possibile una leadership che non catturi il desiderio, ma lo orienti senza dominarlo? È possibile passare dalla fascinazione all’etica, dalla padronanza alla responsabilità?

La psicoanalisi ci offre una bussola per leggere il presente. Ma il futuro resta aperto.


Bibliografia essenziale

  • Freud, S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Opere, vol. XI.
  • Lacan, J. (1969-70). Il rovescio della psicoanalisi. Seminario XVII.
  • Recalcati, M. (2007). L’uomo senza inconscio. Raffaello Cortina.
  • Lazzarato, M. (2012). La fabbrica dell’uomo indebitato. DeriveApprodi.
  • Žižek, S. (2006). La soggettivazione politica. Meltemi.


Parafilie e perversione

Le parafilie indicano interessi sessuali atipici, mentre la perversione, in psicoanalisi, riguarda una struttura soggettiva: non è il compor...