I disturbi di personalità sono modi di essere stabili e rigidi, che creano disagio a chi li vive e a chi è loro vicino. Il soggetto che ne soffre tende a non percepire il problema in sé, ma a viverlo come proveniente dall’esterno: le relazioni, il mondo, gli altri.
Secondo il DSM-5, si tratta di modelli duraturi e disfunzionali di esperienza e comportamento, che si manifestano fin dalla prima età adulta e provocano compromissione nel funzionamento sociale, lavorativo e affettivo.
Non si tratta di semplici tratti caratteriali, ma di configurazioni soggettive pervasive, che resistono al cambiamento e generano una sofferenza relazionale cronica.
🧩 Un quadro clinico variegato
Il DSM suddivide i disturbi di personalità in dieci categorie, raggruppate in tre cluster. Per chiarezza espositiva, possiamo sintetizzare i più rilevanti:
Borderline: instabilità dell’identità, delle relazioni e delle emozioni. Il soggetto oscilla tra idealizzazione e svalutazione, tra dipendenza e rottura, tra euforia e vuoto.
Narcisistico: bisogno di ammirazione, grandiosità, ma anche ipersensibilità al giudizio e vergogna non detta.
Paranoide: diffidenza costante, lettura persecutoria delle intenzioni altrui.
Evitante: ansia sociale intensa, timore del giudizio, evitamento delle relazioni intime.
Antisociale: inosservanza delle norme, disinibizione, uso dell’altro come mezzo.
Queste configurazioni sono descrittive ma non spiegano il perché soggettivo. Per farlo, è necessario andare oltre la classificazione.
🧠 Oltre le etichette: la struttura soggettiva
In psicoanalisi – soprattutto nell’orientamento lacaniano – non si lavora con disturbi, ma con strutture: nevrosi, psicosi, perversione.
Quello che il DSM chiama “disturbo borderline” può, ad esempio, corrispondere a:
una nevrosi grave, con angoscia di castrazione non simbolizzata;
una psicosi non scompensata (psicosi ordinaria), dove manca un ancoraggio simbolico (il Nome-del-Padre), ma esistono supplenze stabili (il corpo, l’Altro, l’amore);
oppure a una posizione che sfugge alle categorie cliniche classiche, ma in cui il discorso del soggetto può orientare il lavoro clinico.
In ogni caso, non si tratta di tipologie ma di logiche del funzionamento soggettivo:
Come si posiziona il soggetto rispetto al desiderio?
Che posto ha l’Altro nella sua economia psichica?
In che modo gestisce il godimento e la legge?
👤 Un esempio clinico
Una donna giovane arriva in consultazione dopo l’ennesima rottura affettiva. Alterna momenti di seduzione e idealizzazione a improvvise crisi di rabbia e chiusura. Si descrive come “sempre tradita” ma anche “distruttiva”, teme l’abbandono ma spinge l’altro ad andarsene. Usa il corpo come superficie di sfogo (autolesioni, tatuaggi compulsivi), si sente vuota, ma rifiuta ogni inquadramento psichiatrico.
In ottica DSM: disturbo borderline di personalità.
In ottica lacaniana: assenza di un riferimento simbolico stabile, immersione in un godimento non mediato, oscillazione continua tra domanda e attacco.
Il lavoro analitico si fonda sulla possibilità che qualcosa del desiderio emerga, al di là delle richieste e delle identificazioni fittizie.
🔍 Diagnosi differenziale: non solo tratti
Molti tratti “paranoidi”, “narcisistici” o “evitanti” possono appartenere a strutture diverse:
Il paranoide può essere un ossessivo (nevrotico) o un psicotico (con delirio compensato).
Il narcisista può avere struttura isterica, con il desiderio regolato dallo sguardo dell’Altro.
L’evitante può essere nevrotico fobico, oppure un soggetto che tenta di limitare l’eccesso del godimento psichico.
La differenza non è nei comportamenti, ma nella logica del discorso, nel posto che ha la legge, e nella posizione rispetto alla castrazione.
🧭 Il trattamento: sostenere una posizione soggettiva
Con i soggetti “di personalità”, il lavoro non consiste nel correggere il comportamento, ma nel favorire un passaggio dalla ripetizione alla parola.
Ciò implica:
ascoltare ciò che si ripete senza cercare di correggerlo subito;
non imporsi come Altro che sa, ma costruire un transfert che tenga;
consentire l’emergere del desiderio, anche là dove il soggetto sembra perso nel godimento o nella difesa paranoica.
📍 Conclusione
I disturbi di personalità ci mostrano forme diverse della difficoltà a stabilire un legame simbolico stabile. Sono tentativi soggettivi – spesso disperati – di tenersi insieme, difendersi, esistere.
L’approccio psicoanalitico non cancella la diagnosi, ma la attraversa, cercando di restituire dignità alla sofferenza e possibilità al soggetto. Anche ciò che appare carattere può diventare tratto singolare, se attraversato dalla parola.