giovedì 24 aprile 2025

Clinica lacaniana dell’isolamento sociale


Una lettura attraverso le strutture soggettive nei contesti istituzionali

L’isolamento sociale, spesso trattato come sintomo da correggere, può in una prospettiva lacaniana essere letto come una posizione soggettiva, un modo in cui il soggetto si rapporta all’Altro, alla legge, al linguaggio. Lungi dall’essere un deficit generalizzato, può essere una difesa, una modalità di regolazione del proprio legame con l’ambiente e con il desiderio.
Nelle istituzioni educative e socio-sanitarie, dove il rapporto con l’Altro è quotidiano e strutturato, tale posizione si manifesta con tratti differenti a seconda della struttura psichica del soggetto.


Nevrosi: l’isolamento come difesa dal desiderio dell’Altro

Nel caso della nevrosi ossessiva, l’isolamento può diventare una fortezza mentale. Un adolescente in un centro educativo rifiuta le attività di gruppo e si ritira ogni volta che gli viene chiesto di partecipare a giochi o discussioni. Dietro il ritiro non c’è indifferenza, ma un’intensa attività mentale: teme il giudizio, teme di dire qualcosa di sbagliato, teme di perdere il controllo sul proprio pensiero.
Il suo isolamento è una difesa dal desiderio dell’Altro, vissuto come eccessivo o invasivo.

Nell’isteria, al contrario, si può vedere un isolamento più intermittente: una ragazza con disabilità lieve partecipa agli incontri, ma a tratti si ritrae bruscamente, spesso in risposta a situazioni in cui non si sente riconosciuta o compresa. Il ritiro è una mossa soggettiva, una “sottrazione” che interroga l’Altro: “mi vedi? ti manco?”

In entrambi i casi, l’approccio istituzionale non deve essere forzante ma deve accogliere il ritiro come significante, lavorando sulla possibilità di parola, anche se mediata da attività o spazi protetti.


Psicosi: l’isolamento come protezione dalla frammentazione

Un giovane adulto in un servizio diurno psichiatrico passa ore a guardare fuori dalla finestra. Rifiuta il gruppo, non interagisce, ma si mostra agitato se qualcuno entra nel suo spazio. Diagnosi: psicosi paranoide.
In questo caso, l’isolamento è un baluardo contro l’invasione dell’Altro, che può assumere connotati persecutori. Il soggetto ha costruito un fragile equilibrio simbolico e l’ingresso dell’Altro lo minaccia. Un altro paziente psicotico, in una residenza protetta, accetta di partecipare alle attività solo se gli viene garantito di poter stare “in un angolo” e di uscire quando vuole. Questa condizione, apparentemente minima, è in realtà fondamentale per la sua stabilità.

Nelle istituzioni, è essenziale creare ritualità, prevedibilità e spazi di parola non invasivi, che offrano contenimento simbolico ma non forzino la relazione. L’equipe diventa allora “presenza silenziosa”, Altro affidabile ma non invadente.


Perversione: l’isolamento come dominio sull’Altro

In un laboratorio occupazionale, un educatore nota che un giovane adulto tende a isolarsi non per ritirarsi, ma per controllare la relazione. Partecipa solo quando può dettare le regole, manipolare gli altri o decidere i turni. Quando questo non è possibile, si ritira, con atteggiamenti sfidanti o provocatori.
Questo comportamento può essere letto in chiave perversa: l’isolamento è usato come minaccia o strumento per negare la mancanza dell’Altro, tentando di mantenerlo sotto controllo.

Qui il compito dell’équipe non è sanzionare il comportamento, ma costruire una funzione terza, un luogo simbolico che consenta di porre limiti senza umiliare, e di introdurre il desiderio come elemento regolatore, non come strumento di potere.


Autismo: l’isolamento come forma di relazione alternativa

Un bambino autistico in una scuola inclusiva non interagisce verbalmente e si isola in un angolo della classe con un oggetto che manipola per ore. Ma se l’educatore si avvicina senza parole, semplicemente toccando l’oggetto o imitando i suoi movimenti, il bambino permette la presenza. L’isolamento qui non è assenza di relazione, ma forma specifica di relazione, che richiede una lettura attenta dei segni non verbali, dei ritmi, dei passaggi sensoriali.

Nel lavoro educativo e sanitario con soggetti autistici, è necessario rispettare la logica soggettiva, costruendo dispositivi che permettano un passaggio simbolico attraverso il corpo, l’oggetto, la ripetizione. Forzare l’inclusione può generare angoscia; accompagnare nella solitudine può aprire spazi di incontro.


Conclusione: verso una clinica dell’accoglienza differenziale

La clinica lacaniana dell’isolamento sociale invita le istituzioni a spostare lo sguardo: non si tratta di “rompere l’isolamento”, ma di comprenderne la funzione soggettiva. Ogni struttura ha il proprio modo di regolare la presenza dell’Altro. L’educatore, il terapeuta, l’assistente devono posizionarsi in modo da non invadere né abbandonare, ma rendere possibile una presenza simbolica.

Il lavoro clinico nei contesti istituzionali richiede allora una sensibilità strutturale, capace di leggere ogni isolamento non come sintomo da eliminare, ma come tentativo di regolazione del desiderio, del godimento e del legame.


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