Una lettura attraverso le strutture soggettive nei contesti istituzionali
Nevrosi: l’isolamento come difesa dal desiderio dell’Altro
Nell’isteria, al contrario, si può vedere un isolamento più intermittente: una ragazza con disabilità lieve partecipa agli incontri, ma a tratti si ritrae bruscamente, spesso in risposta a situazioni in cui non si sente riconosciuta o compresa. Il ritiro è una mossa soggettiva, una “sottrazione” che interroga l’Altro: “mi vedi? ti manco?”
In entrambi i casi, l’approccio istituzionale non deve essere forzante ma deve accogliere il ritiro come significante, lavorando sulla possibilità di parola, anche se mediata da attività o spazi protetti.
Psicosi: l’isolamento come protezione dalla frammentazione
Nelle istituzioni, è essenziale creare ritualità, prevedibilità e spazi di parola non invasivi, che offrano contenimento simbolico ma non forzino la relazione. L’equipe diventa allora “presenza silenziosa”, Altro affidabile ma non invadente.
Perversione: l’isolamento come dominio sull’Altro
Qui il compito dell’équipe non è sanzionare il comportamento, ma costruire una funzione terza, un luogo simbolico che consenta di porre limiti senza umiliare, e di introdurre il desiderio come elemento regolatore, non come strumento di potere.
Autismo: l’isolamento come forma di relazione alternativa
Un bambino autistico in una scuola inclusiva non interagisce verbalmente e si isola in un angolo della classe con un oggetto che manipola per ore. Ma se l’educatore si avvicina senza parole, semplicemente toccando l’oggetto o imitando i suoi movimenti, il bambino permette la presenza. L’isolamento qui non è assenza di relazione, ma forma specifica di relazione, che richiede una lettura attenta dei segni non verbali, dei ritmi, dei passaggi sensoriali.
Nel lavoro educativo e sanitario con soggetti autistici, è necessario rispettare la logica soggettiva, costruendo dispositivi che permettano un passaggio simbolico attraverso il corpo, l’oggetto, la ripetizione. Forzare l’inclusione può generare angoscia; accompagnare nella solitudine può aprire spazi di incontro.
Conclusione: verso una clinica dell’accoglienza differenziale
La clinica lacaniana dell’isolamento sociale invita le istituzioni a spostare lo sguardo: non si tratta di “rompere l’isolamento”, ma di comprenderne la funzione soggettiva. Ogni struttura ha il proprio modo di regolare la presenza dell’Altro. L’educatore, il terapeuta, l’assistente devono posizionarsi in modo da non invadere né abbandonare, ma rendere possibile una presenza simbolica.
Il lavoro clinico nei contesti istituzionali richiede allora una sensibilità strutturale, capace di leggere ogni isolamento non come sintomo da eliminare, ma come tentativo di regolazione del desiderio, del godimento e del legame.
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