martedì 29 aprile 2025

Il soggetto eccedente: Arendt, Lacan e la superfluità dell’umano"

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Nel cuore della modernità, dominata dal progresso tecnologico e dalla crescente centralità del capitale, emerge una contraddizione significativa: le capacità tecniche si moltiplicano, ma il riconoscimento della soggettività politica e sociale dell'umano sembra progressivamente indebolirsi. Hannah Arendt e Jacques Lacan offrono strumenti filosofici e psicoanalitici cruciali per comprendere la marginalizzazione della soggettività in un mondo sempre più automatizzato e tecnicizzato. La loro riflessione ci permette di esplorare le radici di questa esclusione e la sua concreta manifestazione nel nostro vivere quotidiano.

Hannah Arendt, nelle sue "Origini del totalitarismo" (1951), individua un fenomeno preoccupante: l'emergere di “esseri umani superflui” che, espulsi dallo spazio pubblico e dal riconoscimento sociale, non sono più in grado di rivendicare i loro diritti. Arendt lega questa condizione alla perdita di un agire autentico, alla scomparsa dell'azione politica in favore di una vita dedita esclusivamente alla gestione e al consumo. In "La vita activa" (1958), la filosofa distingue tra il lavoro, il lavoro manuale, e l’azione, concependo quest'ultima come la pratica della libertà che prende forma nel discorso e nell’interazione pubblica. Con il predominio della logica economico-tecnica, lo spazio per l'azione viene progressivamente ridotto, e la politica diventa amministrazione e gestione.

In parallelo, Lacan ci offre una visione complementare ma distinta del soggetto. Secondo Lacan, il soggetto non è un’entità preesistente, ma emerge come effetto del linguaggio e delle strutture simboliche che lo determinano. In "Écrits" (1966), Lacan introduce il concetto di soggetto barrato, un soggetto intrinsecamente incompleto e sempre in conflitto con l'altro, che non può mai essere ridotto alla sua dimensione biologica o individuale. La crisi del Nome-del-Padre, inteso come figura simbolica della legge e della legge del desiderio, non rappresenta solo la fine dell’autorità patriarcale tradizionale, ma segna una crisi profonda del legame sociale. L’individuo, in un contesto di dominio capitalista e tecnologico, tende a essere ridotto a funzione o macchina, privo di spazio per l’espressione autentica della propria soggettività.

Tuttavia, Lacan ci ricorda che qualcosa di irriducibile sfugge alla logica dell’integrazione e della razionalizzazione: un resto, una eccedenza che non può essere catturata dalla norma sociale o economica. In questo senso, la condizione di "superfluità" di cui parla Arendt non deve essere intesa solo come una condizione subita, ma come un’opportunità per ripensare la politica: l’eccedenza è anche ciò che consente al soggetto di interpellare, di interrompere il dato, di iniziare qualcosa di nuovo. Il soggetto, quindi, non è semplicemente un oggetto passivo della storia, ma porta in sé la possibilità di agire e di rispondere alla realtà in modo creativo.

In sintesi, la superfluità descritta da Arendt non è solo una condizione di passività sociale, ma rappresenta il punto di partenza per una riflessione sul politico come inizio. Come scrive Lacan, è solo nell'incontro con la mancanza che il soggetto può prendere parola, e dunque compiere un atto di soggettivazione. La politica per Arendt è sempre una politica di iniziativa e di azione condivisa, che non teme la pluralità e l’incertezza. Entrambi, Arendt e Lacan, ci invitano a riconoscere che ogni soggetto, pur nelle condizioni più marginali, porta in sé la capacità di rispondere, di trasformare, e di ridefinire la propria posizione nel mondo. 


Bibliografia:

  • Arendt, H. (1951). Le origini del totalitarismo. Einaudi.
  • Arendt, H. (1958). La vita activa: La condizione umana. Einaudi.
  • Kantzas, P. (2011-2025), La Polis senza Antigone e senza Creonte. Seminario permanente. ScienPo Unifi
  • Lacan, J. (1966). Écrits. Seuil.
  • Lacan, J. (1973). Il Seminario. Libro XI: I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Einaudi.


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