1. Il Nome-del-Padre e l’ordine liberale
Per gran parte della seconda metà del Novecento, l’ordine mondiale si è retto su un principio simbolico relativamente stabile, che potremmo identificare – in termini lacaniani – con un Nome-del-Padre di matrice liberale: garante della Legge, mediatore tra gli interessi, limite strutturante per il godimento. Questo significante padrone non era solo un’ideologia: era la forma simbolica entro cui si articolavano le promesse del moderno – crescita, libertà, previsione, sicurezza – e le condizioni dell’azione politica e del desiderio collettivo.
Nel linguaggio delle istituzioni: mercato mondiale regolato (GATT, WTO), liberalismo costituzionale, Stato di diritto, mediazione multilaterale, diritti umani come significanti universali. Il Padre liberale non era oppressivo, ma “trascendente” e razionale, e proprio in questa pretesa universalistica trovava la sua forza e, col tempo, il suo limite.
2. L’evaporazione e il godimento senza legge
Tuttavia, come Lacan ci insegna, ogni simbolico è vulnerabile all’evaporazione del Padre. Il discorso del capitalista, che Lacan descrive come una scorciatoia rispetto al circuito simbolico, riduce il soggetto al consumo e dissolve la funzione del limite. Quando il significante della Legge si indebolisce, ciò che resta è un Altro privo di garanzie: non più luogo del riconoscimento, ma fonte di angoscia.
La globalizzazione neoliberale ha infatti minato progressivamente la credibilità del discorso liberale. Le delocalizzazioni produttive, l’indebolimento degli Stati, l’erosione dei salari, la frammentazione sociale, l’indebolimento del legame comunitario hanno generato la percezione di una società senza ordine, in preda a un godimento impersonale e devastante. La crisi del 2008 ha segnato il punto di svolta: il Padre ha perso il suo prestigio simbolico, e il mondo si è popolato di fantasmi.
3. Il ritorno del Padre in forma sovrana
Nel vuoto lasciato dall’evaporazione del significante liberale, è emerso un ritorno del Padre: non più garante della Legge universale, ma figura concreta di protezione, appartenenza e potenza. Trump, Putin, Xi, Erdogan, Modi – ciascuno a modo suo – rappresentano il ritorno di un significante padrone più diretto, meno simbolico e più immaginario: un Padre che protegge, punisce e delimita. Come scrive Panayotis Kantzas, “la sovranità non è un ostacolo al desiderio, ma il suo contenimento simbolico: è il segno di un godimento che non può essere illimitato”.
Questo ritorno sovrano non va interpretato soltanto come regressione autoritaria. Esso è anche risposta simbolica a un’evaporazione, tentativo di reintegrare il limite, ritorno a una spazializzazione del potere. Il protezionismo economico, ad esempio, non è solo una strategia difensiva, ma un progetto costruttivo: rilocalizzare la produzione, ridurre la dipendenza, legare il consumo alla comunità, ricostruire una responsabilità tra territorio e scambio.
Il nuovo significante della sovranità, dunque, non è solo reattivo: è anche costituente. È il tentativo di riterritorializzare le relazioni economiche, simboliche e politiche, ponendo limiti al godimento capitalistico e favorendo l’emersione di nuove forme comunitarie. In questo senso, il sovranismo contemporaneo è ambiguo: può diventare chiusura identitaria e violenza, ma può anche rappresentare la ricerca di una nuova forma di legge dopo la crisi del liberalismo.
4. Dal godimento frammentato alla costruzione del limite
Laddove il discorso del capitalista genera un godimento senza confini – il migrante come minaccia, l’algoritmo come competizione infinita, il consumo come compulsione – la sovranità si pone come struttura di contenimento. Il dazio è il limite economico, ma anche simbolico; il confine, pur problematico, è il luogo dove si delimita il diritto e si rende di nuovo visibile la legge. Il sussidio, la politica industriale, il salario minimo, il welfare nazionale sono strumenti con cui si cerca di rimettere in asse desiderio e limite.
Il sovranismo in questo quadro non è semplice nostalgia, ma una forma (spesso confusa) di richiesta di riconoscimento. È la domanda di un significante stabile che possa tenere insieme comunità e legame simbolico. E solo partendo da questa funzione si può pensare di superarne gli aspetti regressivi: non negando la sovranità, ma articolandola diversamente.
5. Un significante co-operativo.
È solo dopo questo momento di “rifondazione locale” – di riaffermazione del limite e della differenza – che può emergere un Nome-del-Padre cooperativo: capace cioè di costruire un ordine globale non solo per subordinazione, ma per articolazione tra sovranità. Un ordine federativo, non imperiale; plurale, non gerarchico. In altre parole, una nuova funzione simbolica della Legge, non più basata sull’universalismo astratto, ma su un riconoscimento reciproco delle differenze.
L’Europa, in questa prospettiva, può giocare un ruolo decisivo: se rinuncia al suo feticismo procedurale e tecnocratico, e recupera la sua tradizione costituzionale pluralista, può diventare un laboratorio simbolico per un ordine cooperativo post-liberale. Non un impero, ma un legame di sovranità che si riconoscono e si limitano a vicenda.
Conclusione
Il significante della sovranità è oggi una posta in gioco fondamentale. Esso può segnare la deriva verso il godimento identitario e violento, ma anche aprire lo spazio per una nuova simbolizzazione del limite. Il ritorno del Padre non va demonizzato, ma analizzato: è il segno che il mondo ha bisogno di una Legge, non per reprimere, ma per proteggere e costruire.
Solo attraverso il riconoscimento della funzione simbolica della sovranità sarà possibile pensare un ordine post-liberale che non rimuova il limite, ma lo inscriva in una nuova architettura del desiderio, del diritto e del legame sociale.
Bibliografia essenziale
- Panayotis Kantzas (2011-2025), La polis senza Antigone e senza Creonte. Lezioni fiorentine, Unifi Scienze Politiche.
- Jacques Lacan, Il Seminario, Libro XVII: Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi.
- Carl Schmitt, Il nomos della terra, Adelphi.
- Nancy Fraser, Capitalismo cannibale, Laterza.
- Chantal Mouffe, Per un populismo di sinistra, Laterza.
- Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli.
- Alain Badiou, Il risveglio della Storia, Ponte alle Grazie.
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